Della precarietà

Trascorro giorni sottotraccia.
Mi muovo e parlo senza lasciare indizi. Sto sperimentando il beneficio del dubbio ed è un’esperienza faticosa.
Il dubbio è una leva che ti pungola e ti solleva dallo stato di quiete, è l’imprevisto dietro l’angolo, è il tarlo che ti trapana le meningi e l’incoraggiamento a fugarlo, insieme.
Così, mentre vado al canile a portare vecchi maglioni per l’inverno dei cani o mentre prenoto la mia settimana a Parigi, ho un’ala del pensiero che mi riporta lì.
Mi muovo e parlo senza lasciare tracce. Abbandono il malumore in cima alla pila della biancheria da stirare ed esco, spegnendo il cellulare. Cammino tra la gente guardando ogni profilo e ogni andatura di spalle, come un riflesso incondizionato. Le luci di Natale sono già appese ma ancora spente, non fa freddo, il respiro non si condensa nell’aria. Io resisto malgrado me e va bene così.
Alla fine sono una persona come tante: il posto migliore in cui posso immaginare di stare è laddove termina la parabola d’una carezza.

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