Delle tappe tardive

Camminare coadiuva il pensiero, quello sano. Ne corrobora la velocità, in parallelo.
Così, mentre cammino in un flusso compatto di gente, lungo il corso che porta in centro, mi ritrovo a pensare tante cose, a fare diverse considerazioni.
Il reale s’è ribellato all’ideale. Muovermi precisa tra ascisse e coordinate per evitarlo è stato inutile e stancante.
Ho ripiegato una ad una tutte le paure e le ho riposte in fondo all’ultimo cassetto. Non hanno più motivo d’essere perchè rischiose per una me che non c’è più. Ho riletto ogni parola, puntato il dito sugli errori ortografici, ridotto il senso e, alla fine, distillato quel che rimaneva: poco.
Troppo poco per giustificare un patema, la perdita di tempo, il confronto con ogni persona che transitava nel mio spazio vitale, il tornare, ogni volta, al punto di partenza.
Insacco la testa tra le spalle e respiro Mahora nella sciarpa. E’ caldo come una conferma, generoso.
Potrei stizzirmi con me stessa per essermene resa conto solo adesso ma ogni presa di coscienza ha bisogno del suo tempo.
La mia è stata – e sarà?- una solitudine dignitosa, un percorso obliquo e tortuoso come quelle camminate in montagna che ti troncano le gambe, ma io, se non faccio fatica, se non arrivo in riserva d’ossigeno, non ho la sensazione di essermela guadagnata, la meta [metà?]
Però, accidenti, questo vento è un rasoio.

20 commenti

Trackback e pingback

Non ci sono trackback e pingback dispinibili per questo articolo

Lascia un Commento