Dei titoli di coda

Torno a galla e prendo una boccata d’ossigeno.
Di tanto in tanto mi inabisso come quei pesci dagli occhi grandi e le bocche piccole che vivono scivolando rasenti i fondali marini.
Quei pesci senza colori sgargianti, mimetizzati al grigio scuro dell’acqua intorbidita e al buio.
Il Natale è qui, ci siamo quasi, e nessuno lo sente, nessuno lo vede, nessuno lo vuole.
Quest’anno bisesto sta finendo. Mi stava già alle spalle ancor prima di iniziare, anzi, mi stava sulle spalle, come un gufo. E’ trascorso ai bordi delle mie percezioni, seguendo una traiettoria costante e piatta.
Ho alimentato qualche desiderio docile e l’ho visto imbizzarrirsi, recalcitrante, dopo qualche occhiata allusiva.
Ho desistito, ho giocato di sponda, ho provato a tamponare una progressiva emorragia di entusiasmo; sono stanca senza aver raggiunto una singola meta.

Sabato mi sono torturata i piedi lungo il centro storico di Torino.
E’ stato come un piccolo miracolo, un atto di indulgenza, un sorriso che s’allarga inatteso.
Ho accarezzato scorci illuminati ad arte, facce di residenti e rifugiati, mani e guance arrossate dal freddo, occhi.
Ho camminato e commentato e cercato oltre i vetri appannati, trovando. Svoltato angoli, allargato braccia, alzato spalle.
Mi sono fatta prendere in giro, ridendo, e ringraziato abbracciando.

Quest’anno ad angolo piatto sta terminando.
Ho scoperto le prime rughe tra le sopracciglia, tipiche di chi corruga la fronte, spesso.
Quelle resteranno.

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