Dei lunghi inverni

E’ l’inverno più freddo che ricordi da quando ero piccina e andavo alle elementari con il cappotto verde inglese e i calzettoni di lana. Camminavo svelta come adesso, da sola. Facevo tutta la strada diritta e controllavo sempre prima di attraversare di corsa sulle zebre vicino al pastificio.
L’inverno era perentorio, rigido, nevoso, un tuffo a capofitto sotto lo zero. Come oggi.
Come oggi che cammino stretta in un cappotto grigio ferro, con la tosse che sconquassa i polmoni e questo cielo blu che straccia il petto -dopo settimane di bianco latteo è quasi insostenibile-. 
Sono in colpevole silenzio anche con chi potrebbe capire come sto.
Non torno indietro.
Sono solo piccole spine nella pelle, tracce che scaraventano indietro di anni, parole che formano una corda d’oro con cui ci si potrebbe impiccare.
Non torno indietro.
Lo devo all’orgoglio, all’intransigenza e un po’ anche alla paura. Mi tengo le domande e qualche considerazione cucite in bocca però non ho problemi ad ammettere che per qualche momento ci ho pensato.
A parlare, per capire.

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