Dell’impasse

Andare. Tornare. Fondamentalmente restare.
Restare andando è la cosa peggiore che possa succedere. Perchè le ferie non sono dove vai, con chi vai e cosa fai. Sono a cosa pensi o, meglio, a cosa non pensi.
Non si può decidere di non pensare, io non so farlo, almeno.
Mi stendo sul lettino, nuoto fino alla boa e ritorno un paio di volte, ceno, bevo, scatto foto e penso.

Il Giardiniere [chiamo così colui che m’ha strappato ad una sdegnosa solitudine innaffiandomi come fossi una piantina asfittica, che ha pazienza, cuore, buoni propositi, semplicità e fa la pasta in casa] c’è.
C’è nel modo e nei tempi in cui può esserci una persona che arriva nella mia vita nel momento preciso in cui la mia vita è un minerale.
C’è, ed io penso.

Perchè sono indifesa, lo so, ma quel pertugio chissà dov’è.
Perchè le parole si sfaldano mentre le sto pensando e non arrivano nemmeno ad essere scritte; per paura d’essere lette, riconosciute, proscritte.
Perchè questo senso di provvisorietà e costante oppressione è incondivisibile. Il passato di ognuno è incondivisibile.
Ci sono cose che iniziano a vivere immediatamente dopo il loro commiato.

Dove sono spariti quei giorni? Dove è rimasta, in quale anfratto s’è nascosta la mia capacità di credere in un progetto?
La rivoglio. E rivoglio l’ispirazione, un punto di (ri)partenza, buona mira e tutti i colori disponibili a mezz’aria.
E poi, zittire l’eco insistente delle cose che meno amo di me stessa.

Sarà il caldo.

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