Dei lìmiti

Sono materia viva.
Vivo e mi scortico appena vengo a contatto con gli altri.
La verità -come m’ha scritto Moka, l’altro giorno- è che la gente non ha quasi mai niente da dire, ancor meno da dare.
La verità è che questa gente non parla di emozioni, sesso, fotografie, libri. Parla di te che parli di emozioni, sesso, fotografie, libri.
Il mondo gioca di rimessa; persone su persone che si affaccendano a ributtare indietro le palle di coloro che hanno il coraggio di cominciare a giocare.
Io prendo posizione, oscillando vertiginosamente tra il bianco ed il nero in cui vivo, incapace di indifferenza, incapace di languire nel brodo tiepido del grigio.
E sono pure intollerante, l’ho sempre detto.
Strepito, impreco, scuoto forte la testa, sono un’idealista, infantile, come quasi tutti gli idealisti.
Mi ammalo di stupide e fastidiose malattie di origine psicosomatica. Gastrite, duodenite, esofagite, ulcera. Perchè penso penso penso.
Cerco sguardi complici e scopro pupille da rettilario.
Arrivo stremata alla fine di ogni conoscenza, quando credo di esserne all’inizio. Guardo le mie mani e trovo solo le mie mani.
Fondamentalmente ho la nausea. E non è una metafora.
Così cerco di prendere le distanze dal circostante leggendo un libro, guardando film, facendo qualche passeggiata, scattando foto, potanto il limone anche se non è tempo di potatura.
E poi oggi c’è questo cielo cupo da entrambe le direzioni, est-ovest-, e non c’è verso di bucarlo, nemmeno con l’immaginazione.
Come quando si chiude il sipario tra due atti e nella scena seguente sai che muteranno alcuni dettagli –non si sa bene quali–
Anche se tutto sembrerà identico in realtà peserà un’atmosfera differente.

 

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