Nolite mittere margaritas ante porcos

Questi giorni di pioggia mi servivano per compensare l’arsura che provo.
La sensazione dell’autunno che incombe è inspiegabile per chi non la ama.
Pioggia costante e bruma che sale dai campi, erba bagnata, cani coll’impermeabile, scie d’ombrelli che si sfiorano.
Ecco, questa sensazione non ha sbavature; è perfetta, nitida, pulita come la terra brulla che s’impregna d’acqua e imperiosa come i tuoni che fanno tremare i vetri.
Io sono in balìa di un pensiero circolare.
Sto pensando a quanto valga la pena scacciare col forcone l’istinto privilegiando -a fatica- la ragionevolezza.
Sto pensando che quando mi dico Cris, prova ad andare oltre, non c’è nessun oltre dove andare. Assenza.
Confusamente condizionata dalle circostanze, dall’apparenza scambiata per sostanza.
Mica facile riconoscerla, perchè il tempo non è mai abbastanza quando si cerca una risposta.
Sto pensando che quando mi dico Cris, non essere così pesante, non c’è altro modo autentico in cui io possa essere.
Essere pesanti vuol dire avere un sistema di regole che governa il mondo e cercare di rispettarle quanto più ti è possibile. Colpevolizzandosi per il tono, la ruvidezza, la trasgressione, le cadute di stile eventuali.
E poi, essere coerenti. Quel minimo che ti basti a rispettare la parola data e a non blaterare parole leggere come una tiepida scoreggia.
Insomma, arrivata a sera mi sento molto stanca, ma, soprattutto, capisco che ho perso un sacco di tempo.
Perle ai porci.
Perle ai porci.

«Hanno un bell’essere stupide le parole dello sventato: esse, a volte, sono sufficienti per confondere l’intelligente» [Nikolaj Gogol]

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