Delle ardite metafore

Entro e guardo.
Guardare e scrivere quello che guardo è la cosa che mi riesce meglio. Scrivo di immagini anche quando parlo di sensazioni.
Metafore su metafore. Allegorie della vita, fuori e dentro di me.
E’ che le parole, ultimamente, non sono mature. E ancora, i pensieri, forse perfino qualche speranza.
Le aspettative, quelle non le lascio nemmeno germogliare. Una volta le addentavo acerbe, amare, deludenti. Sputavo nel piatto il boccone e lacrimavo.
Adesso no.
Adesso aspetto, senza aspettative, di riconoscere il momento esatto in cui comprendo chiaramente se in mano ho i semi oppure i sassi.
Ancora di più; capisco se gli eventuali semi possono essere piantati in terra fertile o brulla.
Non sono mai stata un’amante delle imprese difficili e dispendiose di energie. Mi piace la naturalezza, ma questo autunno è innaturale, riottoso alla semina.
Perciò, in questi giorni senza semi mi piacerebbe raccontare della mia anima di sasso. Non tanto perchè insensibile, quanto perchè fedele a se stessa, riconoscibile nel tempo nonostante diversi smarrimenti di senso.
Perfino i sassi hanno il loro perchè. Esistono mosaici perfetti, bellissimi, in cui l’incastro tra gli elementi è perfetto.
Già, l’incastro.
La terra per il seme.
L’incastro per la pietra.

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