Del restare, andando. E viceversa

Il corpo è semplicemente un'anima.
Un'anima rugosa, grassa o secca, liscia o callosa, ruvida, elastica, croccante, iridata, sgargiante, vestita d'organza o mimetizzata in cachi, multicolore, coperta di morchia, di piaghe, di verruche. E' un'anima a fisarmonica, a trombetta, a pancia di viola, meravigliosa cassa di risonanza.
La mia non ha più contorni definiti, come una enorme smagliatura si specchia e non si riconosce.
La me stessa di dieci anni fa non esiste più, nel buio di quale anfratto si sia nascosta io non lo so.
C'è che Chance a fine maggio si sposa e un anno fa nemmeno conosceva la sua futura moglie.
La vita corre veloce e rotola come un ciottolo trasportato dall'acqua di un fiume in piena.
Rotola e va.
E' sempre più difficile tenere a bada il maelström di angoscia che mi prende allo stomaco, transito da un minuto ad un altro senza sapere come e a fine giornata inanello mille minuti identici in contenuti e significato.
Ad un certo grado di infelicità le provi tutte per spiegare cosa ti sta capitando -o non sta capitando-, le provi tutte anche se sai che non spiegano nulla, peggio, sono solo una sfilza di spiegazioni mancate, di senno scaduto da gettare nella differenziata.
 
Rimettiti in sesto. Vai a vedere i preraffaelliti. Cammina. E parla, se ci riesci. Sei silenziosa in modo allarmante.
 
Paralisi verbale.
Prednisone, direbbe il Dott. House. E lui c'ha quasi sempre ragione.

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