Dieci giorni

Sono stati e sono giorni surreali, Libra.
Sento freddo come se ci fosse la neve dietro la porta, ti penso, sono rabbiosa e la rabbia mi trascina attraverso le ore della giornata.
La tristezza arriva in coda, verso sera, quando i nervi s’allentano e sono più fragile.
Tu lo sai, io lo so, che se  in quel momento, dopo quel percorso e quelle incertezze ci sei stata tu e non io è un puro caso. O destino, non l’ho ancora compreso. 
Non è questione di carattere, tutti possono collassare come un Golem di sabbia, senza preavviso. 
La differenza è che tu segnali ne avevi dati, tanti, troppi, e proprio perché troppi e costanti sono stati presi con leggerezza, talvolta con sufficienza. 
Nell’economia del quotidiano c’è una soglia di sopportazione oltre la quale ogni persona chiude i canali di comunicazione;  l’ho fatto pure io con te, non avevo più risorse non sapevo più cosa fare. Ti chiedo scusa.
Ho rivisto Chance al tuo funerale.
Dopo sette anni l’ho guardato negli occhi. Niente. 
Ho rivisto quello che sarebbe dovuto essere tuo marito e che s’è presentato con la moglie. Niente.
L’incredulità m’ha sostenuto come se stessi vivendo un momento che non apparteneva al mondo tangibile.
Non erano loro, non eri tu, lì dentro.
Nemmeno io ero io quando non ho pianto le lacrime che credevo avrei pianto.
Dopo dieci giorni ho cancellato il tuo numero dalla rubrica e ho iniziato a prendere coscienza di ciò che è successo, di come è successo.
La vita m’ha fatto un regalo, nel frattempo, o qualcosa che somiglia molto ad un regalo, però il lato nero della mia luna mi mantiene vigile e cauta, nonostante la profonda tenerezza.
Avrei tanto voluto che anche tu ricevessi un regalo, inaspettato, che facesse la differenza.
Hai scelto di farla tu. 
La mia scelta è stata non giudicarti, però, cazzo, mi manchi.

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