Delle scuse anticipate per il post, nell’attesa che passi.

Oggi ho litigato con ogni persona con cui ho parlato in ogni ambiente in cui mi sono mossa. En plein.
Non ho risposto al telefono per paura di replicare ed ho scritto un sms: ci sentiamo stasera.
Ho buttato giù un ansiolitico e appena i nervi si sono allentati ho iniziato a piangere, via. Abbasso le difese e mi ritrovo perfettamente vulnerabile, è sempre la stessa storia.
Devi avere polso, essere incoraggiante con chi ha la tentazione di demordere, sorridere per non mettere in allarme, pronunciare le parole giuste andandole a pescare nel repertorio adatto.
E poi a te non sai che dire.
Non mi sopporto più. Cammino sul filo dell’intolleranza verso me stessa. Non sono come vorrei essere e non ho margini di recupero.
Non è vero che ci si reinventa ogni giorno. No. Ho il solo pregio di non aver mai fatto volontariamente del male a qualcuno e lo scrivo perché nessuno mi ha mai imputato di essere la causa del suo dolore.
Fatta salva questa piccolezza, sono un colabrodo. Lo scrivo una volta tanto.
Non ho un lavoro gratificante, e non parlo di retribuzione. Non vivo dove e come vorrei vivere. Non sono madre e probabilmente mai lo sarò. Non ho la stima genitoriale e non sopporto lo sguardo di rassegnazione che mi viene rivolto perché sono la prima a condividerlo.
Arriva sempre l’ora della verità; si scatena come il vento della tempesta ed ha il sapore del sale, ti fa salivare e sbavare ma è la verità e bisogna dirla.
Valgo assai poco e vivo temendo che la gente se ne accorga.
E adesso stappiamo una bottiglia di ruché, nell’attesa che passi.

“Nella moltitudine
sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi:
di ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.
E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?
La sorte, finora,
mi è stata benigna.
Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.
Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.
Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.”

— Wislawa Szymborska

11 commenti

  1. Esse
  2. poetasiriano
  3. Ethel
  4. poetasiriano

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