Dei cambi di rotta

Avrei tanto bisogno di rider(n)e.
Negli ultimi mesi sono stata ostaggio della depressione dell’avvocato e adesso sono sfinita.
Forse è il caso che faccia una digressione perché così si comprende assai poco.
Dopo Natale per questioni economiche e lavorative il mio pragmatico, affidabile e volitivo avvocato si è trasformato in una mammoletta lamentosa, pessimista, disfattista.
Io la depressione la conosco bene (qui è meglio che di digressioni non ne faccia, altrimenti ci perdiamo, però qualcosa l’avete letta) e ho sempre avuto la percezione che più che una seria crisi depressiva si trattasse di frustrazione, quella che incontrano un po’ tutti in questo periodo storico.
Meno lavoro, difficoltà a vendere un immobile, una ex moglie-mignatta che si fa pagare anche le cure odontoiatriche.
Transeat.
Pur avendo questa percezione, la parte accudente e premurosa della deficiente qui presente si è prodigata in millemila gesti di supporto.
Ascoltare, capire, lasciare spazio al riposo mentale, fornire gocce per dormire la notte, prediligere cene a casa anziché al ristorante, suggerire piccoli rimedi, tacere quando la situazione diventava grottesca.
Ho sorriso anche quando c’era poco da sorridere, manco avessi una paresi, pur essendo preoccupata per lui più che per me.
Le mie energie si trasferivano per osmosi da me a lui senza effetto. L’inutilità.
Mi sono scaricata come una pila, ho iniziato a dare appuntamenti fissi con i miei vecchi attacchi di panico, sono ingrassata di una mezza dozzina di kg mentre diventavo sempre più trasparente. Provavo ad occupare fisicamente lo spazio che non mi veniva più concesso, chissà.
Duecento chilometri ogni fine settimana per tornare a casa più sconfortata del fine settimana precedente.
Non è colpa tua, non mi stimo più, anni di sacrifici e non riesco a programmare nemmeno a breve termine, mi sveglio alla mattina e mi viene da piangere.
E intanto piangevo io, mica lui.
Mi sento in colpa per essere più asciutto, meno presente, meno espansivo ma non sono il tipo che in momenti di crisi si attacca alla coppia come salvagente.
Ed è esattamente a quello che serve anche la coppia. Nei momenti di crisi individuale ci si supporta, ci si fa stretti stretti e si va avanti.

Non avevo valutato quello che mia madre, lungimirante cinica, mi ha rivelato una settimana fa.
Sciabattavo mesta per casa, pigiamone extralarge addosso, parlando sola come i pazzi e tirando su col naso.
Tesoro mio, ma quale depressione! E’ che non sa più come liberarsi di te! Vuole esasperarti e scaricare su di te la responsabilità della rottura. E’ che tu, piccola sciocca, sei resistente come le piantine della brughiera. Vento, pioggia, freddo. Tu resisti.
Più le condizioni peggiorano e più tu tiri fuori un’insospettabile pervicacia. L’avvocato ha scelto il modo peggiore per sbolognarti. Ha solleticato il tuo lato premuroso e abituato alle asperità. Poverino.

Ho fermato un istante il mio sciabattamento e ho iniziato a piangere.

Continuo anche adesso che sono tre giorni che l’avvocato cuor di leone non ha più nemmeno la decenza di fare una telefonata.
Esco a prendere le sigarette un momento, versione 2.0.
Ed io non so se imporre un confronto o lasciare che questo silenzio spieghi quello che è lampante ma non ha una spiegazione.

6 commenti

  1. Bulut
  2. Alessandra
  3. InA
  4. poetasiriano

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