Dei grandi Boh.

Ok, ci sono.
Dopo una massiccia somatizzazione dell’elogio della fuga che manco Laborit, do notizie di me.
Sono rientrata in possesso delle mie poche cose racchiuse in uno scatolone, le ho messe nel baule della macchina e lì le ho lasciate. Fare una cernita, adesso, impensabile.
Per il resto mi sono espropriata di tutto ciò di cui, invece, avevo bisogno. Un reale sfogo, un ceffone ben assestato, la rabbia, urlare. Mi sono seduta sulla panchina sotto il tiglio e ho pianto di quei pianti rassegnati, inerziali, quelli che sono l’ultima cosa che puoi fare uscire perché tutto il resto lo hai già dato sotto ogni forma possibile.
L’avvocato, seduto a terra, aspettava che lo liberassi dalla presenza ingombrante della sua vergogna: la mia persona.
Resta una domanda, pericolosa. La domanda è terribile. Fluisce sull’asfalto, sul pavimento. S’affigge alle pareti, s’arrampica sui tronchi degli alberi. Si rannicchia alta sul soffitto. S’impadronisce d’ogni sguardo e si incolla ai frammenti di ogni ricordo.
In questo momento il mondo diventa un immenso punto interrogativo.
Ne è valsa la pena??

8 commenti

  1. Esse

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