Della resa

E’ giugno solo perché ieri era il quattordici e nel mio cervello uno spillo me lo ricorda con precisione, anno dopo anno.
Potrebbe essere ottobre, gennaio, agosto.
Il comodino. Sopra ci sono l’acqua, il bicchiere, fazzoletti di carta, tanti, alcuni usati, altri pronti per essere usati, il cellulare che figurati se suona. Un burrocacao. Venlafaxina, lorazepam, En per dormire. Se ci fosse una bella bottiglia di brandy e un blister di paracetamolo sarebbe tutto risolto.
Lo dico senza voler creare allarmismo, tanto chi s’allarma? Non vedo, non sento, non parlo più con nessuno.
Faccio qualche doccia, mi accrocchio i capelli e resto sul letto tentando disperatamente di dormire tra un pianto e l’altro. Esci, mi dicono. No, perché quando esco vedo la gente felice e la odio ed ho la strana sensazione che la gente percepisca in me la malattia della tristezza e le persone tristi vengono scantonate abilmente.
Alcuni perfino si indispettiscono: vigliacca, pusillanime, debole donnicciola.
Chissenefrega.
Penso a Libra. Libra è qui con me, adesso la capisco senza essere ammalata, senza avere una diagnosi di schizofrenìa io Libra la capisco. Arrivi ad un certo punto senza niente e ti dicono che la vita è bella perché ci sono i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne… Mavaffanculo i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne.
Io volevo la mia casa, il mio compagno, volevo prendermi cura di qualcuno, il mio scomodo divano, le piastre ad induzione che odiavo tanto, il sushi del sabato.
Non voglio viaggiare, non voglio vacanze, non voglio compassione, non voglio nemmeno l’ennesimo analista a cui raccontare tutto daccapo. Non voglio più niente. Non esiste più niente.
Fatemi dormire e levatevi dai coglioni. Magari non mi sveglio.

11 commenti

  1. poetasiriano
  2. mari
  3. Ambra
  4. Ethel
  5. M
  6. Ambra

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