Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

13 commenti

  1. antonypoe
  2. antonypoe
  3. Ethel
  4. antonypoe
  5. poetasiriano
  6. Mari

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