I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

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Sto mediamente “qualcosa”.

Una volta non avevo problemi a mostrare i miei sentimenti, anche se ero e sono timida; che fosse amore, paura, preoccupazione, speranza, talvolta aggressività.
Negli ultimi mesi ho scoperto che una cosa l’avvocato me l’ha lasciata, una sola. Il terrore di chiamare qualcuno per condividere quello che sento, per timore di infastidire, di non essere capita, di essere -peggio- allontanata.
Si può togliere di più ad una persona che il consapevole valore dei suoi sentimenti??
L’ho sentito per mail perché il puntiglio di arrivare al nocciolo delle questioni mi è rimasto e mi sono sentita dire “a me serviva e serve una donna forte e in te non ho visto questa forza”.
Ora, chi mi legge e sa potrebbe dire che sono partita a spron battuto, percorso la Milano-Genova e, una volta giunta sotto il suo studio, aspettato con una clava in mano per vederlo uscire e riempirlo di bastonate sulla testa per abbassarlo di quei cinque centimetri che lo porterebbero di diritto nella categoria dei nani.
E invece no. Mi sono iscritta ad un sito di incontri. Io? Sì, io.
Dodici incontri in due mesi. Una Caporetto. Io non sono più io; coltivo il sospetto, metto in dubbio ogni parola, ho il terrore di essere un passatempo, una sfida, un gioco. Belli, brutti, poveracci e intelligenti. Idioti e ignoranti, astemi (!!) vegetariani (!!!), insomma, di ogni. Sempre con quella stramaledetta sensazione che niente fosse autentico.
Adesso sono alle prese con un sabaudo bello, alto, ricco, risolto, sempre sorridente, sostenitore che la vita te la crei tu, che la fortuna gli ha sempre arriso e vuole approfondire con me. Ed eccola la vocina: come stanare la magagna?? I tempi sono troppo veloci? Finirò per essere la ragazza del fine settimana -tremendo deja-vù? Come rintracciare la verità? Nel fatto che è stato volontario al telefono amico per dieci anni e ha fatto volontariato per altrettanti lustri?
Non ha nemmeno mai convissuto ed io sabato dovrei andare da lui e fermarmi lì così vediamo come va. Eh già, ottimo approfondimento.
Potrei prenderla alla leggera e chissenefrega. Invece no. Se elenco i motivi per cui non dovrei andare finisco domani….
Sbaglio?
E se sbaglio, dove?

Quasi Ferragosto

Se non fosse per l’odiosa piscina privata accanto a casa mia mi parrebbe di stare su Marte.
Quasi tutti sono scappati lasciandosi alle spalle le nubi scure e tentando di correre più veloce della perturbazione, un po’ come il povero, nevrotico Furio.
Io sono qui, tutta l’estate nella mia stanza, perfino il suono della mia voce mi risulta insolito.
La mente fissata sul ricordo, su certi piccoli fotogrammi: l’avvocato che mi cammina incontro, che mette la scatola nel baule, che non alza lo sguardo.
Quel momento si è depositato dentro di me, una scena che si è trasformata in un punto dolente annidato in fondo allo stomaco.
Una sorta di somatizzazione che mi fa male costantemente.
Non compro più la stessa marca di pasta, le stesse patatine, non indosso più i suoi sandali preferiti, annuso il cappellino da baseball che tengo nel cassetto accanto al letto.
La notte è lunghissima. I giorni sono lunghissimi, eppure sembra ieri che gli tenevo la mano mentre guidava, portava la mia alle labbra e schioccava un bacio.
Era ieri, è adesso. Non possono essere passati quasi cinque mesi, di silenzio e vuoto. La sua voce è qui, l’odore è qui, l’inganno è qui.
Quanto sei stupida, Cris, quanto poco vali se tutto quello che desideravi era valere per un uomo che non ha valori.

Dei regali di compleanno (spedita)

L’altro giorno ho riflettuto molto se sia più sano fare quello che ci si sente di fare o farlo solo se quell’azione avrà un risultato. Ho deciso di fare quello che mi sento di fare, conscia che non cambierà di una virgola la situazione che sto vivendo.
Mi sono ammalata, sai?? Assumo farmaci, tremo di notte, quando non dormo, soffro di labirintite.
Dicono che quando una persona ti ama ti lascia migliore di come ti ha trovato.
Questo è quello che hai lasciato tu, col tuo menefreghismo, andando a scopare al lago con la prima zoccola che ti è capitata e scrivendo a me che dovevi stare solo a riflettere sulla tua misera condizione di uomo che non sta bene con se stesso. Che una donna sarebbe stata un piacevole palliativo ma tu, no, tu dovevi stare con te stesso e capire, trovare la soluzione per quel merdoso lavoro che, diciamolo, riesce a svolgere bene solo chi sa mentire bene, anzitutto con se stesso. Non ti è uscito un solo “come stai? Posso fare qualcosa per te? Hai ripreso qualche contatto con le persone dopo che ti ho scaraventato fuori da una vita che era anche tua??”, no. Sono stata io a scriverti un sms per sapere come andasse col fantomatico psichiatra.
Tu non uscirai da nessun tunnel perché non sei in nessun tunnel.
Mi hanno chiesto perché ci siamo lasciati. Se avevamo problemi di coppia, se litigavamo -mai una volta-. No, il problema eri tu, io stavo diventando la ragazza del fine settimana e tu avevi capito che dopo quasi 2 anni (non 4 mesi) la situazione stava precipitando in un cul-de-sac. Hai smesso di amarmi come prima, hai detto, forse sì, forse no, non mi hai spiegato perché. Cosa ho fatto, cosa non ho fatto. Dovevo sgambettare di più in parco Sempione, scopare di più (la media mi pare fosse ottima) capirti di più, piacere a mammà, cosa accidenti dovevo fare?? Avevi già un’altra, tu che non tradisci mai???? Chissà, ho pensato le peggiori cose e tutte potrebbero essere valide perché tu non hai parlato, non hai il coraggio della verità, né la sensibilità per preoccuparti delle persone che ti sono accanto.
Quante bugìe, quante schifosissime omissioni, quanta mancanza di rispetto per chi ti ha dato tutto.
Io sono malata, adesso, sto peggio dei peggiori momenti che ho vissuto anni fa e questo per colpa tua, perché io ti ho creduto e tu mi hai strumentalizzato.
Mentre scopi random per depurarti l’anima dal passato e far finta che non esista ricordati che nella vita ci sono valori che (anche se non ti sono stati insegnati in famiglia) sono importanti e imprescindibili come il rispetto, porca troia, il rispetto e la premura per il prossimo. Il sentimento si coltiva anche nei momenti difficili e non si prende a calci nel culo perché da fortunato meneghino stai affrontando la prima crisi della tua vita con i soldi e le soddisfazioni lavorative.
Il modo in cui i miei occhi ti hanno guardato l’ultima volta che ci siamo visti, li ricordi??? Spero ti perseguitino per tutta la vita, qualunque cosa accada di me o di te, povero inetto ai sentimenti.
Non ti perdonerò mai, machissenefrega, l’hai già fatto tu, no?

Cris (Cris chi??)

Tre mesi e mezzo

Qualcun’altra dorme nella casa del lago e si risveglia placida fissando il putto di bronzo ancorato al muro.
Non so se dia da mangiare ai germani ed ai cigni ed innaffi le piante. Non so se sia la prima a preparare la colazione di mattina. La vita va avanti, il palcoscenico è il medesimo, la mia bocca si storce in una smorfia di reale disgusto.
Piango meno , o meglio, non piango più di quei pianti disperati di cui sono solo capaci i bambini più insopportabili.
Dopo mesi di dosi massicce di psicofarmaci il mio pianto è come la preghiera serale, silenzioso, puntuale, definitivo. Perché adesso si sta facendo avanti la rassegnazione. Dio, quanto ho tentato di tenerla lontana, aspettavo un cenno, un messaggio, un ripensamento, niente. Dopo tre mesi e mezzo adesso non lotto più con la speranza. Di niente.
Così sto, così starò, e se starò peggio di così vedremo il da farsi.
Tra qualche giorno, a Barcellona, nasce il primo nipote dell’Avvocato; avrei tanto voluto vedere se anche in quegli occhi ci fosse la luce perfetta della cattiveria. Forse adesso la riconoscerei. Chissà.

Di prima e adesso

Poco più di due mesi.
La mia testa è una bobina che si srotola ed arrotola per rivivere ogni momento e non dimenticare nemmeno dove era posato il sale nella casa del lago. Il mio lago, col porticciolo che cigolava di notte e l’acqua che ti svegliava la mattina col riverbero del sole tra le persiane.
Non esco. Non parlo. Non lavoro. Ho fortissimi attacchi di panico e tremori dovuti ai farmaci, presumo. Di notte mi sembra di scivolare giù giù nel lago e addormentarmi tra le alghe guardando le ombre dei cigni e delle folaghe che disegnano rotte morbide sopra di me.
Non c’è altro.
Poco più di due mesi e non so cosa sarà di me nemmeno tra cinque minuti.

Della resa

E’ giugno solo perché ieri era il quattordici e nel mio cervello uno spillo me lo ricorda con precisione, anno dopo anno.
Potrebbe essere ottobre, gennaio, agosto.
Il comodino. Sopra ci sono l’acqua, il bicchiere, fazzoletti di carta, tanti, alcuni usati, altri pronti per essere usati, il cellulare che figurati se suona. Un burrocacao. Venlafaxina, lorazepam, En per dormire. Se ci fosse una bella bottiglia di brandy e un blister di paracetamolo sarebbe tutto risolto.
Lo dico senza voler creare allarmismo, tanto chi s’allarma? Non vedo, non sento, non parlo più con nessuno.
Faccio qualche doccia, mi accrocchio i capelli e resto sul letto tentando disperatamente di dormire tra un pianto e l’altro. Esci, mi dicono. No, perché quando esco vedo la gente felice e la odio ed ho la strana sensazione che la gente percepisca in me la malattia della tristezza e le persone tristi vengono scantonate abilmente.
Alcuni perfino si indispettiscono: vigliacca, pusillanime, debole donnicciola.
Chissenefrega.
Penso a Libra. Libra è qui con me, adesso la capisco senza essere ammalata, senza avere una diagnosi di schizofrenìa io Libra la capisco. Arrivi ad un certo punto senza niente e ti dicono che la vita è bella perché ci sono i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne… Mavaffanculo i tramonti, i libri, le mostre d’arte e le montagne.
Io volevo la mia casa, il mio compagno, volevo prendermi cura di qualcuno, il mio scomodo divano, le piastre ad induzione che odiavo tanto, il sushi del sabato.
Non voglio viaggiare, non voglio vacanze, non voglio compassione, non voglio nemmeno l’ennesimo analista a cui raccontare tutto daccapo. Non voglio più niente. Non esiste più niente.
Fatemi dormire e levatevi dai coglioni. Magari non mi sveglio.

Dei grandi Boh.

Ok, ci sono.
Dopo una massiccia somatizzazione dell’elogio della fuga che manco Laborit, do notizie di me.
Sono rientrata in possesso delle mie poche cose racchiuse in uno scatolone, le ho messe nel baule della macchina e lì le ho lasciate. Fare una cernita, adesso, impensabile.
Per il resto mi sono espropriata di tutto ciò di cui, invece, avevo bisogno. Un reale sfogo, un ceffone ben assestato, la rabbia, urlare. Mi sono seduta sulla panchina sotto il tiglio e ho pianto di quei pianti rassegnati, inerziali, quelli che sono l’ultima cosa che puoi fare uscire perché tutto il resto lo hai già dato sotto ogni forma possibile.
L’avvocato, seduto a terra, aspettava che lo liberassi dalla presenza ingombrante della sua vergogna: la mia persona.
Resta una domanda, pericolosa. La domanda è terribile. Fluisce sull’asfalto, sul pavimento. S’affigge alle pareti, s’arrampica sui tronchi degli alberi. Si rannicchia alta sul soffitto. S’impadronisce d’ogni sguardo e si incolla ai frammenti di ogni ricordo.
In questo momento il mondo diventa un immenso punto interrogativo.
Ne è valsa la pena??

Dei cambi di rotta

Avrei tanto bisogno di rider(n)e.
Negli ultimi mesi sono stata ostaggio della depressione dell’avvocato e adesso sono sfinita.
Forse è il caso che faccia una digressione perché così si comprende assai poco.
Dopo Natale per questioni economiche e lavorative il mio pragmatico, affidabile e volitivo avvocato si è trasformato in una mammoletta lamentosa, pessimista, disfattista.
Io la depressione la conosco bene (qui è meglio che di digressioni non ne faccia, altrimenti ci perdiamo, però qualcosa l’avete letta) e ho sempre avuto la percezione che più che una seria crisi depressiva si trattasse di frustrazione, quella che incontrano un po’ tutti in questo periodo storico.
Meno lavoro, difficoltà a vendere un immobile, una ex moglie-mignatta che si fa pagare anche le cure odontoiatriche.
Transeat.
Pur avendo questa percezione, la parte accudente e premurosa della deficiente qui presente si è prodigata in millemila gesti di supporto.
Ascoltare, capire, lasciare spazio al riposo mentale, fornire gocce per dormire la notte, prediligere cene a casa anziché al ristorante, suggerire piccoli rimedi, tacere quando la situazione diventava grottesca.
Ho sorriso anche quando c’era poco da sorridere, manco avessi una paresi, pur essendo preoccupata per lui più che per me.
Le mie energie si trasferivano per osmosi da me a lui senza effetto. L’inutilità.
Mi sono scaricata come una pila, ho iniziato a dare appuntamenti fissi con i miei vecchi attacchi di panico, sono ingrassata di una mezza dozzina di kg mentre diventavo sempre più trasparente. Provavo ad occupare fisicamente lo spazio che non mi veniva più concesso, chissà.
Duecento chilometri ogni fine settimana per tornare a casa più sconfortata del fine settimana precedente.
Non è colpa tua, non mi stimo più, anni di sacrifici e non riesco a programmare nemmeno a breve termine, mi sveglio alla mattina e mi viene da piangere.
E intanto piangevo io, mica lui.
Mi sento in colpa per essere più asciutto, meno presente, meno espansivo ma non sono il tipo che in momenti di crisi si attacca alla coppia come salvagente.
Ed è esattamente a quello che serve anche la coppia. Nei momenti di crisi individuale ci si supporta, ci si fa stretti stretti e si va avanti.

Non avevo valutato quello che mia madre, lungimirante cinica, mi ha rivelato una settimana fa.
Sciabattavo mesta per casa, pigiamone extralarge addosso, parlando sola come i pazzi e tirando su col naso.
Tesoro mio, ma quale depressione! E’ che non sa più come liberarsi di te! Vuole esasperarti e scaricare su di te la responsabilità della rottura. E’ che tu, piccola sciocca, sei resistente come le piantine della brughiera. Vento, pioggia, freddo. Tu resisti.
Più le condizioni peggiorano e più tu tiri fuori un’insospettabile pervicacia. L’avvocato ha scelto il modo peggiore per sbolognarti. Ha solleticato il tuo lato premuroso e abituato alle asperità. Poverino.

Ho fermato un istante il mio sciabattamento e ho iniziato a piangere.

Continuo anche adesso che sono tre giorni che l’avvocato cuor di leone non ha più nemmeno la decenza di fare una telefonata.
Esco a prendere le sigarette un momento, versione 2.0.
Ed io non so se imporre un confronto o lasciare che questo silenzio spieghi quello che è lampante ma non ha una spiegazione.

Delle prime volte

Ieri ho ricevuto la prima proposta seria di matrimonio della mia vita.

Peccato non me l’abbia fatta il mio fidanzato.

Dei refrain

Io sono emotivamente stanca di sentirmi definire “una delle persone migliori che salcazzodiqualcuno ha conosciuto nella vita”.
Me l’ha detto, dopo mesi di silenzio, il cestista di Trieste. Me l’ha detto il mio ex convivente. Me lo dice l’Avvocato.
E intanto prendo calci nelle terga sistematicamente da tutti, interdetta, a fare i conti con la splendida persona che sono, sola. Perché?
Perché essere “una delle persone migliori che salcazzodiqualcuno ha conosciuto nella vita” non significa essere la persona che quel salcazzodiqualcuno vuole accanto. Non significa che voglia fare sacrifici per te, che si svegli la mattina pensando a come farti felice, non significa niente di niente.
Solitamente, sentirsi dire “sei una delle persone migliori che ho conosciuto in vita mia” significa che quella specifica persona da te ha preso tutto, perfino il midollo, e non ti ha lasciato un cazzo, in cambio.
Ecco, mi sarei frantumata le palle di sentirmi una spugna strizzata dopo la doccia.

Delle piccole cose

Stanno tagliando l’erba del giardino ed il ciliegio selvatico sta fiorendo.
Le gazze ladre hanno costruito un nido enorme in cima al pino e la femmina sta covando le uova.
Avevo voglia di sentire una voce amica stamattina e non ho chiamato te.
Mi sono resa conto che non avresti potuto dirmi niente che m’aiutasse, nulla che mi facesse sentire compresa, rassicurata, appropriata. E nulla di ciò che ti avrei detto io avrebbe mutato il tuo umore né la tua visione incondivisibile della vita che ripeti come una litanìa, ultimamente.
Mentre guardavo il profilo delle montagne, lontane ma nitide e bianche, una voce mi prendeva un po’ in giro a causa della pletora di stronzi in cui mi sono sempre imbattuta.
Poi mi diceva che c’è tempo per tutto, che siamo fallibili, che non è colpa mia se ho composto un numero telefonico diverso, questa volta.
Stanotte ho fatto un sogno. C’era un prato verde a perdita d’occhio e alcuni insetti svolazzavano sopra i fiori. Io avevo accanto a me un uomo, spalle larghe e odore buono. Rideva forte e mi abbracciava ed io ero tranquilla e pensavo che le risate alleggeriscono il cuore e che la vita farà anche schifo la maggior parte delle volte ma le altre può essere così lieve e bella e profumata come la pelle di chi ti ama.
Avevo voglia di sentire una voce e raccontarlo, questa mattina, e non ho chiamato te.
Mentre parlavo sono stata presa da una specie di tenerezza precaria, destinata subito a scomparire e trasformarsi nel ricordo della tenerezza.
Respiravo l’odore dell’erba e raccontavo il mio sogno e il bi-sogno di trattenere quella tenerezza e quella leggerezza.
C’era anche il bisogno di liberarmi dal senso di colpa per la voce che mi rispondeva e che non era la tua, ma ho socchiuso gli occhi e mi sono promessa di non pensarci, almeno per un po’.

Post traumatico dell’esistenza

C’ho i miei difetti.
Imparare la lezione ma reiterare l’errore è uno dei peggiori.
E’ la prova che la natura non si scaccia nemmeno col forcone, puoi darle fuoco ma risorgerà dalle sue ceneri e verrà a cercarti per farti scontare l’affronto.
Quando mi relaziono alle persone esordisco sempre con un solido chi cazzo sei e cosa cazzo vuoi?, altro difettaccio. L’esperienza insegna che se la prima impressione è ottima raramente si potranno fare disastri pur manifestando i propri lati deboli con l’andare del tempo. Io, il genio, mi presento peggio di come sono, una passiva aggressiva senza rimedio.
L’orgoglio, vogliamo parlarne? Segue sùbito a ruota. Quando accade che dal chi cazzo sei e cosa cazzo vuoi passo al cielo quanto ti voglio bene! mi spertico nell’impossibile pur di trattenere l’oggetto del mio affetto (non parliamo poi dell’amore) e pretendo che il suddetto oggetto di attenzioni, affetto, amore, premure e sacrificio ne sia autonomamente consapevole e mi tratti col medesimo riguardo. Roba folle, lo so.
Quando così non è, nella stragrande maggioranza dei casi, io mi offendo mortalmente e sovente mi isolo, perchè (altro difetto) non mi interessa avere l’ultima parola ma imporre sempre l’ultimo silenzio.
E’ successo così anche con Effe. Non la vedo da prima della scorsa estate, un record.
C’è da dire che non devo essere una gran volpe nella gestione dei rapporti se, ad oggi, non frequento una-che-sia-una amica.
Me le sono perse tutte per strada, perché? Sinceramente, mi sono messa nella posizione del Buddha a pen(s)are e niente, l’unica spiegazione che ha albeggiato nella mia mente di fine psicologa è che io confondo l’amicizia con l’amore. Do tantissimo, mi sveno perché ho bisogno di conferme di rimando. Mi prosciugo e resto un’assetata insoddisfatta.
Perché non mi do tanto da fare per me medesima, allora?
Perché io non mi voglio minimamente bene, altro difetto. Nessun training ha avuto mai successo, nessuna terapìa, lezione di vita impartita per via rettale, niente. Cerco negli altri l’amore che mi manca, non sono originale, succede a molti. Però quei molti che hanno avuto a che fare con me hanno ricevuto da me quello di cui avevano bisogno. Perché io no? Ecco, sono anche invidiosa, aggiungiamolo alla lista.
Invidio chi ha quello che mi manca, chi vive la vita che vorrei vivere, chi viaggia dove vorrei viaggiare e legge più libri di quelli che riesco a leggere. Invidio chi fa jogging senza sputare un pezzo di polmone dopo 15 minuti, chi ha il metabolismo di un criceto, chi sa comandare senza risultare odioso, chi trova la bellezza nell’insolito ed ha un gusto estetico autonomo.
A rileggermi manco io vorrei avere a che fare con me però adesso c’avrei tanto bisogno di un’amica/o con cui bere una birra davanti al mare e dimenticarmi di avvisare che non torno a casa.

Dei venerdì neri

Ora, io capisco che i problemi individuali siano insindacabili e assoluti e incomprensibili da parte di -quasi- chiunque e magari tu provi pure a capire, giustificare e non è comunque abbastanza perché i problemi individuali sono insindacabili e assoluti, appunto. Però, ecco, pure io c’avrei questo problema insindacabile e assoluto e incomprensibile ma non lo vomito addosso a nessuno tentando di farlo sentire inadeguato alla comprensione di questo problema insindacabile e assoluto, cazzo.

Di Chiara

Chiara non è un cane, è stata trattata peggio di un cane.
Otto anni di segregazione, di vuoto pneumatico dal consorzio umano, a dormire tra il pattume, le feci, la polvere.
Chiara che probabilmente ha chiamato, magari urlato, sicuramente pianto.
Chiara che ha studiato all’università e adesso non si ricorda il colore del cielo perché le tapparelle e gli infissi sono sigillati.
Chiara con le giunture anchilosate, i muscoli atrofizzati, fotosensibile, spaurita.
Molti a dire che la madre è un mostro anaffettivo. Altri a ipotizzare che Chiara soffrisse di agorafobìa e desiderasse lei stessa il suo isolamento. Tutti a pontificare su questo binomio familiare agghiacciante. La questione è orribilmente più ampia.
Otto anni di fetore che saturava insopportabilmente la tromba delle scale e nessuno che mai ha chiamato i vigili del fuoco, la polizia, un sacerdote, un esorcista, un cazzo di nessuno.
Chiara stava peggio che in un manicomio perché almeno tra pazzi si interagisce, ci si strappa i capelli, ci si sputa addosso, si fanno passeggiate nervose in cortile.
Chiara è vittima dell’indifferenza, della morte civile, della vergogna di una madre indegna.
Chi è Chiara? Chiara non esiste.
Nessuna giustificazione o spiegazione.
Quando una società scopre simili realtà ha fallito, su tutta la linea.

Ci sarà un perché…

…Se fare bilanci è un riflesso incondizionato anche se fa condizionatamente male.
Se non ho mai il coraggio di dire che ho bisogno di qualcuno che si occupi e preoccupi per me.
Se mi manca Libra ma non la vado mai a trovare; se le parlo e le dico che, in fondo, non si è persa un accidenti di niente in questi anni.
Se non comprendo la mancanza di entusiasmo del mio compagno all’idea di diventare zio e l’abisso che, invece, spalanca in me.
Se ho sempre saputo cosa volessi e mai cosa mi meritassi.
Se somatizzo tutto e non c’ho più l’età per resistere passivamente agli eventi e alle loro onde d’urto.
Se chi c’era e chi ci sarebbe stata nella vita di chi incontro hanno sempre fatto la differenza, io no.
Deve esserci un perché se nulla riempie questo guscio vuoto che sono, se niente di buono esce da questo guscio.
Se può darsi che sia vera soltanto la lontananza, vero l’oblio, vera la foglia secca più del fresco germoglio.
Se mi commuovo ancora quando guardo I ponti di Madison County.
Se nessuno dei miei compagni di liceo ed università mi ha mai contattato su facebook.
Se ho recuperato metà dei kili persi due anni fa e mangio meno di un passerotto in inverno.
Se anche Effe sono quasi nove mesi che non la vedo e dice che è colpa mia.
Se auguro il peggio in modo mirato a una mezza dozzina di persone e non me ne vergogno.
Se mi vengo a noia da sola, e tanto, quando penso, parlo e sto con me medesima per più d’una mezzora.
Qualche risposta a qualche perché mi basterebbe.
Per trovare ciò che mi definisce: il senso di me io mica ce l’ho più.

Delle rincorse

Non sono quello che sembro.
E sembra che chiunque pensi di me quello che pensa sia sicuro di pensare il giusto.
Dopo un periodo difficile in cui mi sono chiesta perché, quali colpe o meriti avessi, come potessi mai far ricredere o correggere la visuale altrui sto raggiungendo l’ambito traguardo di sbattermene.
La mia famiglia mi vede come una fragile inconcludente.
Il mio compagno come una sexy pigra che si svaluta senza motivo.
La mignatta (scritto con la a, ma l’assonanza è divertente) crede solo che io abbia gli occhi meno verdi dei suoi e che sia una donna di transizione.
I miei amici pensano io sia una solitaria, selvatica e un po’ sciovinista.
Per la madre del mio compagno non stiro le lenzuola e tanto basta a non rendermi degna di ulteriori approfondimenti.
Potrei continuare la lista ma quando, verso Capodanno, é albeggiata un’ulcera gastrica ho creduto opportuno smetterla lì. Perché non ho più voglia di preoccuparmi di nessuna considerazione che non sia la mia. Essendo la mia quella più severa di tutte mi basta e mi avanza, grazie.
Il primo buon proposito del 2014 è rendersi conto delle proprie peculiarità e punti di forza.
Io non sono una competitiva, non riesco al meglio in nessuna performance sotto pressione, detesto litigare, non mi diverte demolire il prossimo per rivalutarmi.
Mi piace parlare, confrontarmi, dare valore alle parole e ascoltare quelle che gli altri scelgono per me. Non sono ottimista ma mi piace pensare che andrà un pochino meglio e me lo ripeto più volte al giorno anche se la situazione contingente non consente una modifica dello status quo.
Ho un talento particolare nei paragoni e questo rende difficile vivere bene nel consorzio umano –oltre che sfuggire la sopracitata competizione-, sono effettivamente pigra perché il movimento affatica ed avere un corpo affaticato non aiuta il controllo sulle emozioni. Scappano da tutte le parti in tutti i modi possibili ed io mi sento insopportabilmente vulnerabile.
Stavo parlando dei punti di forza, però. Quindi. Sono brava nel motivare gli altri, supportarli, calmarli. Scatto belle fotografie, guido come un rellista e possiedo un olfatto portentoso ma fare il cane da tartufi è chiaramente fuori questione. So sintetizzare e sorridere in modo credibile in ogni situazione, fare le vocine da cartone animato e truccare chiunque da red carpet che manco Lisa Eldridge. Vabbé, non ci allarghiamo.
Tutti ‘sti punti di forza sono relativi, lo so.
Però in questo anno voglio aggrapparmi ad ogni piccola cosa mi consenta di credere che stare con me ne valga la pena.
So che lo scarto tra quello che io conosco di me stessa e quello che vedono gli altri potrebbe non assottigliarsi ma voglio impegnarmi perché non sia più un nervo scoperto e doloroso.

Delle meste considerazioni

Quest’anno non solo non si sente spirito natalizio nell’aria.
Peggio.
Si sentono tensione e livore. Un’insofferenza motivata da ragioni ingiustificabili.
Siamo vessati da una pressione fiscale che manco nella fossa delle Marianne, scandalizzati da standard morali al ribasso, assediati da clandestini travestiti da profughi, turlupinati da mezza Europa, alluvionati da bombe d’acqua imprevedibili -ed io me ne intendo di alluvioni: nel ’94, qui, di morti ne abbiamo seppelliti una ventina. Nessun telegiornale o testata giornalistica o vip si sperticò per promuovere raccolte fondi, però. Evabé-.
Pare una gara a chi sta peggio, anzi, è una gara a chi sta peggio. Peccato non si vinca nulla se non lo spostamento in là del limite di sopportazione individuale.
Questo Natale ho deciso che di addobbi non se ne preparano e di regali non se ne fanno. Mi servono talmente tante cose che non riesco a sceglierne solo una o due e, dato il mio notorio radicalismo, ho chiuso la lista e l’ho accantonata. Punto.

Delle scuse anticipate per il post, nell’attesa che passi.

Oggi ho litigato con ogni persona con cui ho parlato in ogni ambiente in cui mi sono mossa. En plein.
Non ho risposto al telefono per paura di replicare ed ho scritto un sms: ci sentiamo stasera.
Ho buttato giù un ansiolitico e appena i nervi si sono allentati ho iniziato a piangere, via. Abbasso le difese e mi ritrovo perfettamente vulnerabile, è sempre la stessa storia.
Devi avere polso, essere incoraggiante con chi ha la tentazione di demordere, sorridere per non mettere in allarme, pronunciare le parole giuste andandole a pescare nel repertorio adatto.
E poi a te non sai che dire.
Non mi sopporto più. Cammino sul filo dell’intolleranza verso me stessa. Non sono come vorrei essere e non ho margini di recupero.
Non è vero che ci si reinventa ogni giorno. No. Ho il solo pregio di non aver mai fatto volontariamente del male a qualcuno e lo scrivo perché nessuno mi ha mai imputato di essere la causa del suo dolore.
Fatta salva questa piccolezza, sono un colabrodo. Lo scrivo una volta tanto.
Non ho un lavoro gratificante, e non parlo di retribuzione. Non vivo dove e come vorrei vivere. Non sono madre e probabilmente mai lo sarò. Non ho la stima genitoriale e non sopporto lo sguardo di rassegnazione che mi viene rivolto perché sono la prima a condividerlo.
Arriva sempre l’ora della verità; si scatena come il vento della tempesta ed ha il sapore del sale, ti fa salivare e sbavare ma è la verità e bisogna dirla.
Valgo assai poco e vivo temendo che la gente se ne accorga.
E adesso stappiamo una bottiglia di ruché, nell’attesa che passi.

“Nella moltitudine
sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi:
di ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.
E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?
La sorte, finora,
mi è stata benigna.
Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.
Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.
Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.”

— Wislawa Szymborska

Della cronaca

Ora, io avrei qualche considerazione da fare circa la questione cocente delle baby prostitute parioline.
Ho letto stralci dei verbali degli interrogatori e delle intercettazioni tra queste due ragazzine e il loro pappone autista.
Non è cosa nuova che vecchi bavosi, pervertiti padri di famiglia e annoiati eterosessuali trovino sessualmente conturbante una ragazzina che non può ancora giocare al Lotto.
Non sono cosa nuova la prostituzione, la pedofilia, lo sfruttamento.
La novità qui sono la totale consapevolezza e la volontà di concedersi fisicamente per ottenere soldi e spenderli come si preferisce.
La novità è il cinismo, la disinvoltura con cui queste ragazze hanno avuto rapporti orali con pensionati per poter sfoggiare una borsa griffata. La novità è l’età in cui sono sbocciati questi comportamenti e atteggiamenti mercenari.
Facevano week end a Cannes come le migliori escort maggiorenni. Non erano coartate, picchiate, ricattate. No.
Lo hanno fatto perché “sono ragazze esigenti e vogliono una vita di un certo livello” (testuale)
Ora, di fronte a questa dichiarazione, fermo restando che mi stomacano i clienti consapevoli di avere rapporti sessuali con epigoni delle loro figlie o, peggio, nipoti, devo dire che nutro una certa ripugnanza anche per queste due adolescenti.
Non c’è un solo appiglio per abbozzare tenerezza, empatia, senso di protezione e tutela.
Davanti a quella che è una scelta io alzo le mani, dispiaciuta e amareggiata. Ma che non mi si venga a sibilare la parola vittima all’orecchio.
Negli anni 70 si piantavano un ago in vena, negli 80/90 pippavano coca, adesso calano millemila droghe sintetiche.
Tempi di hippies, di yuppies, di x generation, di sfintere culturale. Involuzione della specie? Forse.

Del tempo sul corpo

Sto invecchiando.
So che questa informazione non è rilevante per i più ma io sto invecchiando in un modo che considero molesto.
Inizio a togliermi gli occhiali per leggere i bugiardini dei medicinali; medicinali che porto in una pochette sempre con me. Guardo adolescenti che potrebbero essere i miei figli con sguardo severo di disapprovazione che mi stava tanto sulle palle quando l’adolescente ero io. Trovo sopportabili i tacchi 12 solo con un’opportuna soletta in gel inserita nel plantare. La pelle nella zona perioculare inizia ad assottigliarsi tanto da meritare una crema notte, ogni notte. Ingurgito più Maalox che alcool.
Ai capelli bianchi che sbocciano odiosi non penso più, dieci anni fa il trauma è stato superato con discreta bravura.
Fortunatamente non ho mai avuto un corpo da urlo e anche con quello ho un rapporto molto più simile all’indifferenza che all’inquietudine.
Mi sto preoccupando, anziché occuparmi, per tutto. Persone, animali, situazioni, eventualità, imprevisti.
Ciò che meno riesco a gestire è l’intollerabile sensazione di stare perdendo tempo quando non mi impegno in qualcosa di fondamentale. Come se avessi sempre meno tempo e meno occasioni per tutto. Dipenderà dal fatto che di tempo ne ho buttato tanto, nel tempo. Credevo che aspettare fosse un’ottima occupazione, meritevole di un’adeguata ricompensa. E’ stato così ma quegli anni sono stati tanti, davvero tanti, e non ho ricordi di nulla se non di quel che provavo, aspettando.
Ho ricordi di ciò che sentivo quando nasceva la figlia di Hawk, quando Effe ha comprato casa, quando Libra se ne è andata, quando Chance si è sposato. Quando la gente faceva io sentivo e basta. Mi sembra poco. É poco?
Ci sono due tipi di sofferenti in questo mondo. Quelli che soffrono per una carenza di vita, e quelli che soffrono per un’abbondanza di vita. Ho sempre resistito nella prima categoria tanto che, adesso, ho addosso come una febbre, un’irruente volontà sterminatrice di ostacoli, bisognosa di costruzione, affamata di cose da fare, subito, perché ho il terrore che in un attimo tutto possa ripiombare nel vuoto dell’attesa.
La vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri, anzi, oggi è già domani.
Ormai non sono più quella donna; me la ricordo come una sorella minore, incosciente e piena di dubbi.
L’incoscienza è un miracolo più fragile della neve [cit.]
E l’incalzare della vita, ora.

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Del bianco assoluto

Un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ stato uno spazio bianco travestito da buco nero.
Io sono uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può immaginare ma nessun fatto da raccontare.
Quando non succede nulla nella propria vita è come non avere una vita.
A chi interessasse, Effe sta apparecchiando un matrimonio, il Conte si è fidanzato, la figlia di Chance ha iniziato le elementari, l’Avvocato e il Giardiniere hanno nuove compagne e convivono.
Credo di aver detto tutto.
Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.
Ci leggiamo tra un anno, forse prima, chissà.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

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Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

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