I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

Pause Play

Delle conferme

…E poi ci sono giorni come questo in cui allunghi una mano e non trovi niente da stringere, niente che ti stringa.
Giorni in cui avresti bisogno di una dimostrazione nitida e invece senti freddo, seduta nel mezzo della tua stanza bianca, su una sedia bianca, la tua pelle bianca, schiena dritta.
Perché, alla fine, tu ti senti sempre quella bambina che aspetta e respira piano.
Il cui pensiero ricorre a te con la frequenza attiva di un muscolo involontario.
Dicono che se non ti prendi cura di quello che hai non meriti di averlo.
Non so se sia questione di meritare o meno. Di certo, ciò di cui non ci si prende cura è destinato a perdersi, pur restando immobile su di una sedia bianca.
Quindi, ti prego, vieni qui e prendimi la mano.

Di me,
di te, tutto conosco, tutto
ignoro.

[E.M.]

 

Delle prevedibili paturnie.

E adesso, la paura di avere pronunciato quelle parole.
Di averle sentite sbocciare e non averle trattenute, cautamente.
Ora che nella sua mancanza, che so quantificare, è contenuto il senso di noi.
Ora, ho paura che tutto svanisca come una bolla di sapone che è stata sfiorata per sapere se è vera.

 

Dei bivi

Giorni di frenesìa cerebrale.
Tirare una riga col gessetto in mezzo al cervello e separare accuratamente i sostantivi trovando le discriminanti.
La differenza tra desiderare e volere.
La differenza tra flirtare e sedurre.
La differenza tra coraggio e incoscienza.
La differenza tra esitazione e lassismo.
Da che parte stare e perchè starci.
Stremante.
Oppure, semplicemente, andare incontro a quello che deve essere, insicura e impaurita come ai tempi delle commissioni d’esame.

Dei traslochi

Dunque, questa è la mia nuova casa.
CrisalideInversa non esiste più. Dovevo cambiare, era giunto il momento.
Caroline Kiig è la me che sono diventata, maturando o, comunque, provandoci.
Le certezze restano quelle di sempre, il titolo pure.
Ringrazio profondamente Sara e il disponibilissimo Beggi per l’enorme aiuto che mi hanno regalato.

Da qui si riparte.

R-esistere

In questi giorni ci sono frasi che fioriscono l’una dall’altra, come innesti senza senso, un’architettura sbilenca.
La maggior parte di questi pensieri che diventano frasi articolate in silenzio non li scrivo nemmeno perchè non sono condivisibili.
Sono la parte più fragile di me, quella che nemmeno qui espongo a chiare lettere. Chissà perchè, poi. Non ho un nome, non ho un cognome, il tempo dei blogger ha lasciato posto alle piattaforme sociali, mi leggono poche persone, potrei sollevare il coperchio e andare a ruota libera.
É mancata un’altra donna che sentivo vicina e nemmeno lo sapeva. Lei mi ha insegnato, di riflesso, la dignità nel dolore, la capacità di coltivare la speranza e l’invidia -sana- per chi ha fede.
Ho trovato il coraggio di salutarla dopo la sua partenza, anonima tra centinaia di altri saluti. Di più non ho saputo fare. Di più non so dire.
Chance avrà un figlio che dovrebbe nascere a febbraio, il mese più corto, il più duro.
Io, composta e silenziosa, guardo fuori dal finestrino sbirciando il passato dallo specchietto retrovisore. Di più non so fare. Di più non so dire.
Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo, ma come diluire il ricordo?
Come, se non creando nuovi ricordi? Già, nuovi ricordi che presuppongono nuova vita, nuovi passi avanti, nuovi sorrisi, nuovi progetti.
Qui esiste solo il tempo che passa ed io che trovo sempre meno motivazioni alla mia resistenza passiva.
Il mio presente è una zona di rimpianti e rimorsi e possibilità mai realizzate, strade non prese o prese troppo tardi, luoghi in cui non sono arrivata e luoghi in cui mi sono arenata.
É che a un certo punto la vita si restringe, diventa un imbuto stretto che lascia pochissimi margini di movimento e cambiamento.
Non è vero che tutto è sempre possibile, e se lo è stato per qualcuno di voi non ditemelo: potrei avere la tentazione di crederci.

Mancata sazietà

L'amore sazia.
L'amore sazia la fame di quasi tutto, riempie e soddisfa, consola e protegge.
Senza amore non c'è fame che possa essere placata, né col cibo, né con nevrosi compulsive, né tenendo illusoriamente tutto sotto controllo.
L'assenza d'amore è come pioggia che piove dentro un involucro vuoto, e tuoni che rimbombano senza fare rumore. Senza che nessuno senta quel rumore.
L'assenza d'amore rende la vita più breve d'un battito di ciglia, toglie la terza dimensione, scolora l'orizzonte.
Forse, talvolta, ho gli occhi tristi e taglienti di chi conserva un desiderio incessante d'amore. Di chi ricorda gli effetti dell'amore ma non il sentimento, nella carne.
Sono passata dall'idealizzare l'oggetto d'amore a idealizzare l'amore stesso. Totalmente preda della teoria e dimentica della pratica.
La colpa è mia, credo.
Della terra brulla che sono diventata, faticosa da arare, rischiosa da mettere a frutto.
La colpa è la causa persa che sono diventata.
Lo spartiacque tra la felicità e l'infelicità è l'albeggiare d'un amore, in lontananza, appena percettibile dal campo visivo.
Aspetto questo.
Perchè vengono esauditi anche i desideri di chi semplicemente desidera, senza sbracciarsi.

Credevo fosse un regalo

Poi ci sono i pavidi.
Io di difetti ne ho a iosa, sia chiaro. Sono impaziente, poco tollerante, spigolosa.
Ma i pusillanimi mi fanno orrore. Trincerati dietro la loro mancanza di slancio per approfondire, sono gli ipocriti della vita. Rancorosi verso il passato fanno le pulci al futuro come a voler dimostrare che hanno ragione, che non ne vale la pena, che il dettaglio rovina l'insieme.
Loro hanno fatto, donato, penato più di te, sempre e comunque.
Loro possono puntare il dito più di te, su di te.
Loro blaterano come oratori, sono un talento nel garantire ma si paralizzano quando il niente che hanno da dimostrare li incalza.
Loro sono gli sterili sassi che ti ritrovi tra le mani dopo aver sperato che fossero semi. 
Ai pusillanimi, miserabili, incapaci di confrontarsi con emozioni forti, di guardarti negli occhi e affrontare la loro inadeguatezza, a voi, dicevo, vaffanculo.
Non tanto per la vostra natura che vi porta in giro per il mondo a spargere il nulla.
No. Per me, per me che posso dire una volta tanto che non merito di inciampare nelle vostre vite vacue, sistematicamente, con una puntualità imbarazzante.
Sono stanca.

"Non ci si libera di una paura evitandola, ma soltanto attraversandola"

-Cesare Pavese-

Dieci giorni

Sono stati e sono giorni surreali, Libra.
Sento freddo come se ci fosse la neve dietro la porta, ti penso, sono rabbiosa e la rabbia mi trascina attraverso le ore della giornata.
La tristezza arriva in coda, verso sera, quando i nervi s’allentano e sono più fragile.
Tu lo sai, io lo so, che se  in quel momento, dopo quel percorso e quelle incertezze ci sei stata tu e non io è un puro caso. O destino, non l’ho ancora compreso. 
Non è questione di carattere, tutti possono collassare come un Golem di sabbia, senza preavviso. 
La differenza è che tu segnali ne avevi dati, tanti, troppi, e proprio perché troppi e costanti sono stati presi con leggerezza, talvolta con sufficienza. 
Nell’economia del quotidiano c’è una soglia di sopportazione oltre la quale ogni persona chiude i canali di comunicazione;  l’ho fatto pure io con te, non avevo più risorse non sapevo più cosa fare. Ti chiedo scusa.
Ho rivisto Chance al tuo funerale.
Dopo sette anni l’ho guardato negli occhi. Niente. 
Ho rivisto quello che sarebbe dovuto essere tuo marito e che s’è presentato con la moglie. Niente.
L’incredulità m’ha sostenuto come se stessi vivendo un momento che non apparteneva al mondo tangibile.
Non erano loro, non eri tu, lì dentro.
Nemmeno io ero io quando non ho pianto le lacrime che credevo avrei pianto.
Dopo dieci giorni ho cancellato il tuo numero dalla rubrica e ho iniziato a prendere coscienza di ciò che è successo, di come è successo.
La vita m’ha fatto un regalo, nel frattempo, o qualcosa che somiglia molto ad un regalo, però il lato nero della mia luna mi mantiene vigile e cauta, nonostante la profonda tenerezza.
Avrei tanto voluto che anche tu ricevessi un regalo, inaspettato, che facesse la differenza.
Hai scelto di farla tu. 
La mia scelta è stata non giudicarti, però, cazzo, mi manchi.

Cose che ti ghiacciano il cuore

Libra non c'è più.

La casa dell’albicocco

La mia casa al mare non esiste più.
Tolto il gazebo con il tavolo di pietra, abbattuto l'albero di albicocco, ristrutturata la veranda, ripiastrellato il vialetto d'ingresso e diosacosa, dentro.
Non è più la mia casa. Sono trascorsi anni e anni. L'ultima volta che ho chiuso quella porta non avevo ancora aperto il blog.
Chissà se tu sai cosa è diventata quella casa, per chi è diventata il luogo estivo dove costruire nuovi ricordi e invitare gli amici o crescerci i figli.
Chissà se hanno ridipinto le pareti della sala o deciso di dare nuova destinazione d'uso alla cabina armadio.
Mi manca, sai?
Guardarla dall'alto, vederla stravolta attraverso l'occhio di un satellite, mi intristisce.
Prima o poi troverò anche lo slancio per tornare là e spiarla da lontano, fuori dal giardino. Solo un minuto, senza dar fastidio a nessuno.
E prima o poi troverò anche un buon motivo per scegliere una nuova casa e nutrire l'acuta certezza di rinnovare il piacere di trascorrere un po' di tempo al mare, fuori stagione.
Perchè, alla fine, è il senso dell'attesa che mi sostiene, l'illogica speranza che possa arrivare qualcosa, qualcuno, un non ben precisato premio per una precisa capacità di resistenza, seppur passiva.
Ecco il mio desiderio, in questo giorno.

Così come viene

É il luglio più freddo degli ultimi trent'anni.
Ogni notte rombano tuoni fragorosi, il gatto si nasconde sotto il letto ed io tento di addormentarmi ricordando i ricordi più sereni che possiedo.
Ero io?
Sono io?
Devo recuperare quel che ero o trasformare quel che non sono?

Domani è il mio compleanno e lo trascorrerò in casa, sospesa nel vuoto di questo fine settimana da bollino nero. Gente cha parte, gente che torna.
Non sono mai stata più isolata dal consorzio umano e non me ne è mai importato così tanto.
É dignitoso sopravvivere nell'occhio di bue della coerenza -credevo- anche se la luce t'acceca e intorno c'è buio pesto.
Dovrei spettinarla questa coerenza, senza sentirmi in colpa.
Dovrei prima capire come.
Ancora prima, dovrei avere una possibilità.

Roba breve

Ieri sera aspettavo Effe.

Per inciso, l’amica Effe s’è fidanzata con un soggetto diametralmente opposto all’ideale che ha sempre e costantemente auspicato di incontrare. Un tatuatore, divorziato da una russa, amante delle Harley. I quaranta incipienti stan facendo danni… Ho provato a farglielo sommessamente notare ma pare che l’idea della solitudine sia più atterrente di una compagnia improbabile.

Comunque, aspettavo Effe, nel viale, seduta sotto il tiglio e mi sono messa a pensare.
Cosa pensassi  è roba nota ai più, non mi dilungo.
Sono stata fortunosamente distratta da un pianto inconsulto, improvviso. Qualche metro più in là c’erano due donne di origine asiatica, una delle quali piangeva disperatamente, di quei pianti esondanti, singhiozzanti che strozzano il respiro. Emetteva suoni gutturali e parole a me incomprensibili e poi, di nuovo, s’abbandonava ad un pianto angosciato e alle braccia dell'amica. Per un momento il suo sguardo annebbiato ha incrociato il mio, poi s'è perso nel vuoto.
Ho dedotto si trattasse di questioni d’amore, non so perché.
Quel pianto mi ha turbato.Totalmente scevro da pudore e da freni, s’è insinuato nella parte più remota di quella che sono stata, tempo fa.
Non ricordo da quanto non piango così. Non perché io non pianga, figuriamoci. Piango talmente che talvolta mi sembra di piangere anche gli occhi nel fazzoletto e finire, così, col non piangere più. Ma il mio è un pianto tranquillo nella sua tristezza. Piango mentre faccio le cose, mentre guido, prima d’addormentarmi. Piango senza farmi sentire, senza appoggiarmi ad alcuna spalla, senza rumore.
Mi sono domandata se quella donna conoscesse la differenza tra piangere per dolore e per tristezza. Credo di no ma non è su questo che ho ragionato.
Ho mestamente –appunto- constatato che nel mio caso la reazione al dolore è stata più facile che quella ancora incompiuta alla tristezza. Tutto qui.
 

Post-traumaticodellesistenza

Mi piacerebbe parlare di tante cose, tutte leggere, di quella leggerezza che sommata a leggerezza fa la felicità o una ragionevole approssimazione alla felicità. Invece no.

Smetto di scrivere per un po', aspetto, azzardo un po' d'ottimismo e poi mi rendo conto che aspettare per me è una condizione esistenziale cristallizzata.
Nell'aspettare sto diventando cieca. Non riconosco più quello che vale la pena approfondire, quello che vale la pena evitare, quello che va preso per quello che è.
Quando si ha coscienza del proprio aspettare si nutrono aspettative, ed ogni aspettativa si scarica indiscriminatamente su persone ed eventi che entrano nel tuo raggio gravitazionale. Gravissimo. A maggior ragione quando l’esperienza  -solo la mia?- insegna che l’inatteso ha più incidenza sulla propria vita del cercato.
Aspettare, però, non equivale a cercare, mi ripetevo, credendo d’aver trovato il giusto compromesso. No.
M’hanno farcito la testa come un tacchino di perle di saggezza totalmente inutili. La vita te la costruisci tu. La fortuna sorride agli audaci. Aiutati che il ciel t’aiuta. Tanto la ruota gira, vedrai. No.
Ogni strategia è fallita, negli ultimi sei anni.
Cercare, aspettare, sperare, accondiscendere a denti stretti a ciò che non ho avuto la capacità di comprendere né a cui so arrendermi: non tutti hanno la fortuna di bastarsi e chi non si basta può solo imparare a gestire il rapporto con se stesso nel miglior modo possibile, tappando falle all'autostima qua e là.
Avrei dovuto probabilmente fare di più. Fare e basta, senza troppo gusto per il fare, semplicemente facendo ed eludendo così il pensiero e il tempo che passava.
Tempo durante il quale persone si sono sposate, bambini sono nati, amici sono morti, farmaci sono stati ingollati, macchine sono state rottamate, case comprate, traslochi fatti.

La mesta considerazione attuale è che niente serve a niente se niente è previsto, da chi, da cosa, non lo so. Ma certe solitudini agenti sono più sopportabili, ecco.
 

Dei sigilli

Come è possibile?
La malinconia che vivo in questo momento non è proporzionale a ciò che è stato. Ingiusto.
Ho elevato quella porzione di vita tra parentesi alla ennepiùuno fino a farla assurgere ad ideale di vita. Non è così. La vita non è solo una, esistono più vite dentro la vita di ognuno.
Parentesi che racchiudono parentesi che si susseguono aprendosi e chiudendosi senza soluzione di continuità e ti danno e tolgono e poi ti ridanno e ti ritolgono. Ancora e ancora in un avvicendarsi di energia data e presa. Vita, appunto.
La mia unica eccezione vorrei fosse regola, e invece no.
Svincolata dal libero mercato delle aspirazioni io mi chiudo tra quelle parentesi e mi commuovo e parlo a bassa voce e aspetto una forzatura perché io la forza non ce l’ho.
O forse ne ho troppa e compressa e ho bisogno di qualcuno che supervisioni all’apertura forzata nel dubbio di poter esplodere in miliardi di particelle e poi sospendermi nell’aria.  Persa.
Ho camminato sotto la neve, stamattina. Incrociavo cani col cappottino che trascinavano a spasso persone assonnate e legate al guinzaglio.
Ho camminato e desiderato di avere un cane mentre ho solo un gatto ingrato che non mi gratifica mai -eccetto sporadiche fusa- però piange quando non ci sono. Lontano dai miei occhi e dalle mie orecchie. L’ho scoperto parlando col vicino.
Nella mia vita tutto quello che conta e che ha senso accade lontano dai miei sensi.

Superfluo ma non inutile.

Il copolinea lo decido io.
Quando smettere e, soprattutto, perchè smettere di pigiare i tasti, di parlarmi addosso, di dare una chance alla mia intimità scalpitante ma pudìca.
Lo decido io.
Quando condividere e come condividere, nei tempi e nei modi che si avvicendano, col passare dei mesi e degli anni che mutano le cose ma non mutano me.
Una casa non ha motivo di mantenere costantemente le porte spalancate, non per questo è disabitata, non per questo la luce è spenta, non per questo non si stanno aspettando ospiti.
Poi gli eventi diventano così penetranti da obbligarti a guardare altrove, decentrandoti momentaneamente, gli occhi come due fessure.
Ma la casa non è disabitata e le parole spingono avanti, come a cercare il concreto laddove c'è solo l'intento. Cercare e afferrare.
Se ti disturba puoi fare altro: dimenticarti l'indirizzo, dirigerti altrove, invecchiare silenziosamente lontano da qui e da me.
Io, intanto, ho apparecchiato la tavola e aperto le persiane.
Perchè l'ho deciso io.

Luci dalla finestra

Respiro.
Mi muovo lungo le direttrici del quotidiano. Ci sono ancora.
Ho scoperto con stupore che mi cercano più persone qui che altrove. Questo dovrebbe darmi un'approssimativa conferma di quanto io abbia sbagliato, negli ultimi anni.
Però, ecco, ci sono ancora.
Il duemiladieci è ormai storia. Una brutta storia che non ho saputo raccontare fino in fondo nemmeno qui, dove quasi nessuno sa chi io sia.
Il duemiladieci ha falciato il mio senso di giustizia, buona parte delle prospettive che accarezzavo premurosa, qualche conoscenza insipida, una marcia.
L'impressione di fluttuare, senza un punto d'appoggio, in una sostanza ingannevole e scivolosa come muschio, sempre. Piantare una culata per terra, rialzarsi e fare qualche altro passo e poi di nuovo giù.
Però, ecco, ci sono ancora.
Faccio un cenno con la mano e riprendo il mio posto, questo posto statico, un muro bianco separato dal movimento circolare e infruttuoso della mia vita.
Avevo sperato in un disegno nuovo della realtà, in una forza che intervenisse a cambiare le cose con naturalezza e decisione, allo stesso tempo.
Invece no. Ma questa è la regola, pertanto so gestirla.
Quello che non so gestire sono le eccezioni nelle vite degli altri. Eccezioni che non so ancora raccontare, commentare e, magari, accettare. Ma voi portate pazienza, devo oliare le giunture e riprendere confidenza con l'idea di condividere qualcosa di me con chicchessia.
Però, ecco, ci sono ancora.

Del futuribile

E se non ci sarà nulla di tutto questo?
Se non ci sarà l'attimo dell'avvicinarsi, riconoscendosi, se non verranno le parole, anche poche ma quelle giuste. Se non mi sentirò sicura al punto di chiudere gli occhi e dare le spalle?
E se mancasse solo un colpo d'ala? Se non scoprirò sincronie impercettibili, movimenti famigliari, forme congruenti, cosa farò?
Cosa, se mi ritroverò abbandonata a metà strada tra il palmo delle mie mani ed il suo viso? Se non sapessi come fare per dire no anzichè disorientarmi in un urgente sì? Potrebbe non esserci nulla di tutto questo.
Nessun cibo da mangiare con le mani e dita da succhiare, nessun'asola da forzare per la fretta, nessuna prossima settimana, nessun viaggio per poter poi dire sono tornata.
Se non ci sarà nulla di tutto questo, delusa, girerei la clessidra.
E traccerei la linea dell'orizzonte un po' più vicina, per la prossima volta. Purchè ci sia.

Dei compleanni in agguato

Ennesimo giro di boa -intorno al collo-
I compleanni li vivo trattenendo il fiato e serrando gli occhi come fanno i bambini in età prescolare durante un temporale.
Prima passano, meglio sto.
Sto cercando tre titoli che mi aiutino a trascorrere il mese di agosto senza agonizzare nel pantano dei mesti palinsesti televisivi e dei redivivi urbanizzati controvoglia; se avete suggerimenti, prego.
L'aggiornamento sulle condizioni psicofisiche è doveroso: stazionarie, manco a dirlo.
Ho però comprato fascinosissimi occhiali da sole, un morbido vestito di seta cotta e sandali con plateau che indosserò due volte, con tutta probabilità. I regali è sempre meglio sceglierseli.
Mi sono innamorata virtualmente di un ristorante dal nome ridicolo e dall'allure romantica. Vorrei tanto andarci, chiedere un tavolo in terrazza, delegare la scelta del vino, prendere la lingua di fassone croccante con salsa di barbabietola e farmi un po' corteggiare.
Sarebbe una delle due volte adatta al mio vestito e ai sandali e io non voglio farmi trovare impreparata. Nemmeno per la prossima estate, nel caso.
Credo di aver detto il poco che c'era da dire.
Voi statemi bene. In alternativa, impegnatevi strenuamente per starci, almeno.

Dagherrotipo

In queste giornate cotte di luce e sole, in cui anche il respiro si fa sottile per resistere, io non r-esisto più.
Sono l'altra metà di una fotografia scattata anni fa, quando ancora si sviluppavano le fotografie impresse sui negativi. Sono la metà strappata che combacia con la metà che manca. La metà che deve raccontare tutto da sola, bastare allo sguardo, diventare il tutto, completo.
Di fatto è così, sono un monologo reiterato. Racconto la mia metà della storia che sta diventando la storia intera.
Lo vedi quello scorcio dell'Aurelia? Io sono lì, a bere un Rhum cooler davanti al mare che trascolora e si fa arancione.
Sono lì, con il respiro largo degli scogli nelle orecchie, con l'ombra del campanile che pigra s'allunga e bacia la sabbia.
Non mi cercare nel punto fermo dove non sono. Mi trovi fuori da queste parentesi che contengono anni, fuori da questo tutto nientificato.
Ti basta guardarmi.

Omissis

Sono due giorni che parlo di dolore.
Un carteggio virtuale ed innocente, perchè io sono innocente.
Scrivo del dolore e mi rendo conto di credere che dovrebbe esserci, per legge, una soglia minima al di sotto della quale si diventa ridicoli a sostenere di provarne.
Conosco persone che si lagnano e frignano come lattanti per cose che io nemmeno faccio rientrare nella categoria dei dettagli.
Tuttavia il dolore è insindacabile. Arriva dal centro, colpisce al centro. Come il bene.
Il mio dolore è solo più plausibile e comprensibile di altri.
Un dolore banale, perchè ha radici profonde, nel fallimento di un progetto, nell'interruzione di un percorso, nell'impossibilità di rimediare -tutta roba dall'importante peso specifico-
Il dolore sta lì, a metà strada tra lo slancio di sgravarsi di se stesso e la stanchezza che lo fa rinunciare.
Sta lì, a metà strada tra il dignitoso e il vergognoso.
E genera una solitudine che è molto più pericolosa del dolore stesso.
 


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Del bianco assoluto

Un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ stato uno spazio bianco travestito da buco nero.
Io sono uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può immaginare ma nessun fatto da raccontare.
Quando non succede nulla nella propria vita è come non avere una vita.
A chi interessasse, Effe sta apparecchiando un matrimonio, il Conte si è fidanzato, la figlia di Chance ha iniziato le elementari, l’Avvocato e il Giardiniere hanno nuove compagne e convivono.
Credo di aver detto tutto.
Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.
Ci leggiamo tra un anno, forse prima, chissà.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

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Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

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