I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

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Dell’anossìa

Ciò che dovrei fare lo rimando.
Mi occupo dei dettagli, della cornice ai giorni. Nessun seme spinto a fondo nel terreno, niente terra sotto le unghie.
Questa muffa che intorpidisce i movimenti, questa paura delle conseguenze che pota i rami.
Mi manca. Vorrei sapere oltre. Andare oltre, scegliere una via che m’allontani dalla periferia dei pensieri che non mi vengono dedicati. Perchè? Dimmelo.
Chiudere gli occhi e lasciarmi accompagnare, senza valigia ma con tutto l’essenziale per arrivare dove è giusto che stia.
A certa bellezza non serve educarsi. Basta che si riveli.

Degli smarrimenti

A me che riesco a nominare l’essenza delle cose e non la loro assenza.
A me che l’orgoglio mi tappa la bocca e dallo spiraglio entrano spifferi e suoni lontani.
A me fa male tutto perchè niente diventa innocuo, col tempo.
Nemmeno scoprire che un amico s’è sposato, che le persone vivono e camminano lungo paesaggi che cambiano quando tu non cambi mai – e se cambi nessuno te lo viene a dire perchè a nessuno forse importa  e se importa tu non lo sai -.
Per me che mi si spezza il respiro davanti ad un bronzo fuso di Rabarama perché quei solchi lungo i corpi e la postura di quegli arti parlano a voce alta con un linguaggio universale. Per me che sto così e non lo dico né lo spiego.
Per me che come si fa non l’ho mai imparato e che la felicità di una coppia è data dalla somma delle individuali felicità.
Per me che il ricordo è una coperta gelata e il futuro dipende da una strategia che non so imparare.
Ecco.
A me. Per me.
Nessuno sguardo arriva dove deve arrivare.

Delle illazioni

Non ti sbagliare.
Quando mi vedi che sorrido e non parlo. Quando (ti) penso nei tanti modi in cui la pioggia cade. Quando sono mesi che diventano anni e non importa, perchè certe cose non cambiano mai.
Quando comincio ad abbassare lo sguardo sulle cose che accadono intorno a me, e a fare più attenzione a quello che sento e meno a quello che vedo.
Non ti sbagliare.
Quando non so essere paziente e la vita mi mette alla prova. Quando mi manca l’aria pungente come spighe di grano, a novembre. Quando blocco il transito alle emozioni e mi perdo, perdendo un’opportunità. Un’altra.
Quando per sempre so che sarà per sempre perchè mi conosco e non c’è niente che io abbia considerato per sempre che non sia ancora parte di me, come quelle pareti dipinte di verde.
Non ti sbagliare.
Quando non temo niente per me e tutto per gli altri. Quando sono stanca dei miei anni perchè sono certa di non averli spesi come volevo ma solo come potevo. Quando mi dicono sei fortunata e stringo le mascelle per evitare di rispondere che la fortuna è poter scegliere, non dover scegliere.
Quando vado per il piacere di andare anche se ho ben chiaro che non raggiungerò nessun traguardo. Quando sono arrabbiata e invoco un temporale.
Non ti sbagliare.
L’attesa rimane tanto ingombrante e rumorosa da soverchiare tutto il resto.
In un giorno come tanti.

Delle attese

Perchè io li aspetto, il 26 novembre.
Come un’Epifania.

Dell’impasse

Andare. Tornare. Fondamentalmente restare.
Restare andando è la cosa peggiore che possa succedere. Perchè le ferie non sono dove vai, con chi vai e cosa fai. Sono a cosa pensi o, meglio, a cosa non pensi.
Non si può decidere di non pensare, io non so farlo, almeno.
Mi stendo sul lettino, nuoto fino alla boa e ritorno un paio di volte, ceno, bevo, scatto foto e penso.

Il Giardiniere [chiamo così colui che m’ha strappato ad una sdegnosa solitudine innaffiandomi come fossi una piantina asfittica, che ha pazienza, cuore, buoni propositi, semplicità e fa la pasta in casa] c’è.
C’è nel modo e nei tempi in cui può esserci una persona che arriva nella mia vita nel momento preciso in cui la mia vita è un minerale.
C’è, ed io penso.

Perchè sono indifesa, lo so, ma quel pertugio chissà dov’è.
Perchè le parole si sfaldano mentre le sto pensando e non arrivano nemmeno ad essere scritte; per paura d’essere lette, riconosciute, proscritte.
Perchè questo senso di provvisorietà e costante oppressione è incondivisibile. Il passato di ognuno è incondivisibile.
Ci sono cose che iniziano a vivere immediatamente dopo il loro commiato.

Dove sono spariti quei giorni? Dove è rimasta, in quale anfratto s’è nascosta la mia capacità di credere in un progetto?
La rivoglio. E rivoglio l’ispirazione, un punto di (ri)partenza, buona mira e tutti i colori disponibili a mezz’aria.
E poi, zittire l’eco insistente delle cose che meno amo di me stessa.

Sarà il caldo.

Dei telegrammi

Questa volta ho pianto meno.
Forse perchè ho dedicato meno tempo a parlare.
Tra pochi giorni parto per le vacanze.
Tra pochi giorni è anche il mio compleanno.
Tornerò a ferragosto, riposata e velatamente abbronzata, spero.
Altro non saprei dire.

Ci si legge.
State bene.

Delle vane proteste. Però.

Dell’inversione di tendenza

Io ho un difetto. Un pessimo difetto che non so da cosa possa essere compensato.

Tendo a cercare sempre il dettaglio che tolga valore all’insieme.
Qualcosa che turbi la prospettiva, che mi faccia storcere il naso, che non si spieghi o spieghi perfettamente l’inverosimile perfezione del momento.
Pensieri e valutazioni rapidi e vaghi, quasi febbrili, le ciglia chiuse, l’esitazione.
Quella che basta a dire no.
Ecco, io ho questo difetto, e lo esercito in modo equo verso me stessa e verso gli altri.
Non sono tipo da seconda battuta. E’ la prima che conta, come a teatro.

Però.

Però sono stanca di me e di me che si guarda e non si piace. Sono nauseata da questa vita calma e secca, dalla previdibilità delle mie reazioni, dalla rinuncia.
Ho un tale senso di piena e totalizzante vacuità da essere sorpresa di non aver ancora rigettato tutto. Un fiume di niente verso il tutto e viceversa, magari.

Infatti.

Infatti domani vado.
E vado senza sapere perchè sì ma chiedendomi perchè no?
Così vado, lontano dalle consuete rotte comportamentali.
E tutto ciò che accadrà dal perchè no? al mio rientro potrà essere corollario o densa sostanza.
La decisione di andare ha in sé ogni senso.

Della frenesìa

Poi càpitano settimane come questa in cui vieni centrifugata e sputata fuori, esausta.
Sono quelle settimane che paiono mesi e -pertanto- suppliscono a mesi.
Accompagnare Amica in una clinica privata extralusso che pare più un resort a cinque stelle e passare la giornata del day hospital in totale digiuno, preoccupata, finchè non la riportano in camera, lei apre gli occhi e chiama me al posto del marito.
Riuscire a vedere la fotografia di un collo dell’utero a colori, bellissimo, finalmente risanato.
Fare shopping e farlo bene, con soddisfazione e senza senso di compensazione.
Ricevere un invito a cena all’enoteca Pinchiorri e gongolare tutta perchè quall’abito lì è perfetto, e lo sarà anche l’umore.
Consolare Elettra che piange e singhiozza e non riesce a trattenere il labbro che trema perchè si sente trascurata e dirle no, non ti trascuro, andiamo a fare i tuffi e poi raccogliamo le prugne datterine.
Ricevere tanti sms e fotografie del mare, di una pineta, di cappelli e orrendi scarafaggi. E sorridere.
Vedere una macchina, riconoscere la targa, intravedere un profilo e sospendere per un attimo il respiro; ordinare un altro pomodoro condito e fare spallucce. Ributtare l’occhio, vedere scattare il verde e seguire con lo sguardo la macchina, ancora un po’, troppo. E rendersi conto che fare spallucce è inutile.
Comprare un Gewurztraminer della Galilea e metterlo da parte per una cena a base di crostacei, a breve, e compiacersi di un uomo che la pasta la fa in casa, per te. Mica poco.

Del 9

C’è poi questa cosa del 9.
Che a dirlo paio una scaramantica irrazionale e un po’ sciocca. E invece no.
Date, elenchi, nascite, targhe, anniversari, pagine indimenticabili di libri, codici fiscali, posti a sedere a teatro.
Quando il 9 è presente qualcosa arriva o va. Ferisce o rincuora. Dona o toglie. Mai la neutralità.
Così, in quest’anno targato 9, sono stata ritrovata da L’amica che mi cercava da tempo e, assieme a lei, sua figlia che sorride come una pazza quando le raccontiamo com’era quando lei non c’era ed io e sua madre bevevamo birra sul molo aspettando l’alba.
In quest’anno ho programmato vacanze giocose, itineranti, dense.
Conosciuto la gentilezza di una persona rara, deciso di andare finalmente a concerti che agognavo da tempo -Depeche Mode e Tori Amos-, recuperato il senso dell’adesso.
Ho insegnato a tuffarsi di testa ad Elettra, imparato a cucinare bene la coda di rospo, rifilato più no di quanto mi credessi capace.
Ho limitato sguardi astratti e sospinto la propositività come fosse un granello di sabbia.
Mi sono sentita dire che ritrovare qualcosa di me in altre persone è un buon motivo per approfondire la conoscenza di quelle persone.
Poi magari è una parentesi che come s’è aperta andrà a chiudersi come un portone sbattuto in faccia.
Ma anche no.

Delle sorprese.

Io l’avevo detto.
Sono disavvezza all’avere qualcosa tra le mani che non siano le mie mani, a tenersi forte.
E invece.
La saggezza dell’incoscienza è una mano capace di carezze disorientanti.

Delle scorciatoie

E’ incredibile come la vita si capovolga, ritorni ai blocchi di partenza, riparta, incespicando.
Io ti ascolto ma non comprendo come il viaggio di andata tu l’abbia dimenticato, chiuso tra parentesi e riscoperto frammentato, ora.
Per un istante mi sembri una cavia che s’arrabatta a correre dentro la sua ruota. Guai a fermarsi, guai. Fare il punto della situazione, tirare le somme, riflettere, darsi qualche risposta. In quello sono brava io, così chiedi a me.
Io sono una casa in fiamme, non voglio dare risposte, non le meriti.
Non voglio posarti una mano sulla schiena ed una sul petto, mostrandoti come mantenere la posizione corretta come si fa con i bambini.
Il mio modesto tesoro di sapere lo tengo per me, tutto.
Le tue sono domande che cadono come sassi in un pozzo, arrivano in fondo, quel fondo di cui hai paura perchè non ci sai arrivare. Quel fondo che non può essere insegnato.
Lì ci devi arrivare da solo.

Del coraggio

Ecco.

Io non lo so perchè e percome. Ma quest’uomo canta le cose che vorrei sentirmi dire.
Da sempre.

This garden that I built for you
That you sit in now and yearn
I will never leave it, dear
I could not bear to return
And find it all untended
With the trees all bended low
This garden is our home, dear
And I got nowhere else to go

So bring it on
Bring it on
Every little tear
Bring it on
Every useless fear
Bring it on
All your shattered dreams
And I’ll scatter them into the sea
Into the sea

The geraniums on your window sill
The carnations, dear, and the daffodil
Well, they’re ordinary flowers
But they long for the light of your touch
And of your trembling will
Ah, you’re trembling still
And I am trembling too
To be perfectly honest I don’t know
Quite what else to do

So bring it on
Bring it on
Every neglected dream
Bring it on
Every little scheme
Bring it on
Every little fear
And I’ll make them disappear

So bring it on, bring it on
Bring it on
Every little thing
Bring it on
Every tiny fear
Bring it on
Every shattered dream
And I’ll scatter them into the sea

Di Giugno

 

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Della seduzione

Sguardi fugaci, languidi, un po’ arrendevoli.
Io vorrei, non vorrei ma se vuoi.
Allusioni velate, sfuggenti, capelli attorcigliati ad un dito distratto, la nuca scoperta.
Afferrare il bandolo di un sentimento smarrito, nel tempo e nella memoria.
Io di seduzione non capisco più niente.
E’ -ora- come è stata la fisica quantistica al liceo: altro da me.
Qualcosa da masticare e ruminare e poi sputare fuori perchè, no, proprio non sai gestirla.
La provocante leggerezza della seduzione mi inquieta e mi trova spiazzata, impreparata.
Mica si impara, la seduzione, e, quand’anche innata, la si può perdere per strada, arrugginendosi come un cancello vecchio che non riesce più ad aprirsi.
L’immagine di me trasmutata in un cancello mi raggela per un istante infinito, come ogni verità scomoda appena assunta.
Poi, rido.

Delle rivelazioni

Non ho più vent’anni.
Peggio ancora.
Non ho mai avuto vent’anni.

Di ciò che la memoria non recupera

A volte ho solo bisogno di scrivere per il gusto di scrivere, altre per necessità.
Come raccontare le sensazioni, perchè la memoria non assiste a lungo quando si tratta di emozioni.
Lo scrivevo ieri a Swann: ricordo posti, luoghi, cieli. Ricordo chi, dove, quando e come.
Ma la realtà inquietante è che le emozioni si perdono quando non si rinnovano.
Restano le immagini, come foto. E poi la foto ti colpisce forte, quando la rivedi, perchè sai come stavi in quel momento, ricordi che eri tu ed eri felice, raggiante, appagata.
Sai che lo eri ma non ricordi come era esserlo.
L’emozione non è mai questione di memoria. Sembra lambirti come distanti rintocchi di campane ma non ti assorbe più.
Così io, ora, sento solo l’eco flebile di suggestioni vissute. Provo a scriverne sperando riaffiorino e invece no. Ciò che voglio deve essere strappato nel mentre di adesso.
E adesso non c’è.

Del non sapere

Perchè poi si torna, si ritorna sempre.
Se non concretamente, col pensiero. E allora tanto vale rimettere mani e piedi in casa, aprire le finestre, far circolare l’aria, salutare chi ha aspettato.
La scena della vita è sempre la stessa. Ed è sempre lo stesso il non aver timore delle parole, quelle che raccontano la stessa scena, spargendo sale sulla ferita.
Esistere è una cosa da matti. Vivere è roba per talentuosi.
Io mi barcameno, come mi sono sempre barcamenata, tra una dignitosa resistenza e una rabbia sdegnata.
Però, ecco, sono ancora qui.
Un po’ smarrita, arrugginita; come quando riprendi a pedalare dopo l’inverno o incontri un amico dopo tanto e ti sfuggono le parole più familiari, i gesti confidenziali, le occhiate d’intesa. Solo per un po’.
Però, ecco, sono ancora qui.

Della bellezza struggente

E, insomma, c’è questa bambina che io adoro quasi quanto la madre.
Quella ragazza con cui bevevo birra sul molo di Andora aspettando l’alba, lustri fa.
Elettra è vitale e acuta e tenera. Mi fa tante domande perchè le piace conoscere e poi mi racconta come è lei perchè le piace farsi conoscere. E’ scrupolosa, educata e ha gli occhi di brace, scuri.
Raccoglie le fragole nell’orto per me e le lava prima di posarle nel palmo della mia mano.
Ecco, quando io sto con lei penso che potrebbe essere mia, quella bimba, e chiamarsi Ludovica, magari. O Ginevra. Potrebbe essere mia e avere gli occhi verdi e le gambe meno lunghe.
Potrebbe cercare le mie braccia durante il giorno e ripetere perfettamente la lezione per ricevere un complimento. Potrebbe essere il mio primo rifugio pur essendo convinta che io sia il suo.
E invece.
Non è facile.
E’ bellissimo e struggente ma non è facile.

Di ciò che mi disturba

Mi disturba la tensione premestruale.
Avere mal di testa e dolori osteoarticolari, l’umore spinoso e la pazienza sottile come una bava di baco da seta.
Mi disturba vedere facce da papponi immigrati che parlano una lingua sgrammaticata -che sia la nostra o d’oltreoceano- e ti sorridono con quel sorriso da passaporto, idiota.
Mi disturba chi perde tempo convinto di guadagnarlo, chi deve sempre fare il brillante, chi si sente costantemente in competizione per le cose sbagliate o vacue o ridicole.
Mi disturba sentir parlare del divorzio di Berlusconi anzichè della lapidazione di un adultero in Iran.
Mi disturba chi non ha un concetto autonomo di bellezza e chi si conforma, deformandosi.
La prassi del cotto-e-mangiato, il divertimento che non può coincidere con la cultura, l’incapacità di mettersi in discussione.
Mi disturba avere la percezione del difetto puntualmente prima del pregio.
Mi disturba la cultura dell’eccesso, l’individualismo e le incongruenze.
E tante altre cose.

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Del bianco assoluto

Un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ stato uno spazio bianco travestito da buco nero.
Io sono uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può immaginare ma nessun fatto da raccontare.
Quando non succede nulla nella propria vita è come non avere una vita.
A chi interessasse, Effe sta apparecchiando un matrimonio, il Conte si è fidanzato, la figlia di Chance ha iniziato le elementari, l’Avvocato e il Giardiniere hanno nuove compagne e convivono.
Credo di aver detto tutto.
Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.
Ci leggiamo tra un anno, forse prima, chissà.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

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Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

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