I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

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“Through me the way …

“Through me the way into the suffering city,
Through me the way to the eternal pain,
Through me the way that runs among the lost.
Justice urged on my high artificer;
My maker was divine authority,
The highest wisdom, and the primal love.
Before me nothing but eternal things were made,
And I endure eternally.
Abandon every hope, ye who enter here”


Certo che letto in inglese Dante proprio si gode la metà…. Mah….









Se qualcuno un giorn…

Se qualcuno un giorno
bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.


Ma se,
ovviamente,
senza che tu senta bussare,
vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno
come in attesa di bussare,
medita un poco.
Quello è il mio emissario
e me
e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.


(F. Pessoa)



















il suo nome è: PECCA…

il suo nome è: PECCATO
Ed alcuni, che gli sono più intimi, lo chiamano Passione, per non confonderlo con i banali bisogni della gente comune, e non sbagliare i gesti e le parole quando toccano la sua ombra o parlano dei suoi pensieri segreti.
Perché il suo nome è anche passione, già, e ribolle nell’ampolla dell’animo nostro e scuote le fronde di quei pensieri che sfuggono sui rami più alti, e sfrondano fruscianti quando una brezza sfiora la cima dei desideri e dei bisogni e della fame.
E quelli che non lo conoscono o che lo sfuggono per timore, lo chiamano Vizio, da tenere in un cassetto, di cui non parlare, per il quale possono esistere solo fuggevoli pensieri angoscianti, tra le lenzuola agitate durante una notte insonne…
Se volete, in un momento di sfrontato coraggio, chiamatela Fine, che sia la vostra (nostra) ultima spiaggia, che sia il termine affannoso del vostro viaggio, che appaia come l’ultima stazione di posta, prima del grande salto.
Se aveste il coraggio di alzare lo sguardo, potreste scrutare la sua rotta tra le nuvole ed i resti galleggianti dell’ultimo naufragio dei vostri piccoli bisogni e dei vostri grandi appetiti. I relitti abbandonati di quello che avreste potuto avere, oppure, soltanto lo scoglio annerito su cui si sono infrante le vostre rinunce.
Chiamatelo PECCATO, com’era, è e sarà sempre, che sia la vostra droga, la cura dei vostri dolori, la medicina per la malattia che da sempre stringe e contorce quel vostro animo, represso, piegato, genuflesso nell’ombra di misere stanze vuote e polverose. E quando, di nuovo, fortunosamente, torna ad albeggiare la luce di un nuovo giorno, fate che sia di nuovo una speranza, quella che vi stringe il cuore nei mormorii di un ennesimo risveglio. Fate che sia di nuovo un auspicio, quello che vi sfiora la mente, mentre dirigete passi ciabattanti verso il bagno…
Ora che sono stanca, stanca davvero, ditemi che posso sognare qualsiasi cosa, che non sarà male, e non ci saranno condanne o assoluzioni, ditemi che posso e lasciatemi andare…








Oggi in controluce…


Oggi in controluce vedo il Natale che è ormai vicino….

Mi sembra ieri che boccheggiavo maledicendo il caldo dell’estate ed ora sono pronta per i guanti ed il cappottone…

Mangio già ottime clementine e favolosi cachi. Ah, l’odore delle clementine… Nulla come la neve, l’odore delle caldarroste e quello dei mandarini (senza semi) mi rievoca il Natale…

Ed in controluce mi pare di vedere già le vie della mia città addobbate a festa, cariche di luci, i negozi saturi di tutto ciò che vorrei comprare per il solo gusto di preparare un pacchetto da regalare a qualcuno…. Io adoro fare regali: mi piace l’espressione che la persona che lo scarta assume… E mi piace il sorriso che mi regala a sua volta perchè ho scelto il dono “giusto” (… io sbaglio di rado regali… )

Quando si parla del SS Natale sono rimasta una bambina, inutile negarlo! Ed i motivi sono molteplici: non li sto ad elencare, sarebbe noiosissimo.

Così in questa giornata di fine ottobre mi ritrovo proiettata due mesi avanti, sognante, con una penna in mano ed un foglio di block notes ad elencare i probabili 4-5 regali che donerò alle poche persone cui voglio bene…

Lasciatemi riscaldare in controluce, oggi…..

Torna a fare capolin…

Torna a fare capolino, la bestia.
Ti alzi una mattina, scendi dal letto, ti trascini in bagno, ti lavi la faccia, vai in cucina, riscaldi il latte, fai colazione, apri le finestre per fare entrare l’aria……….E non riesci a respirare.


Trovatemi, vi prego, l’uscita…….

Se almeno riuscissi …

Se almeno riuscissi a mettere per iscritto e a bloccare il corso dei miei sensi e del mio cuore…se la scrittura potesse curare questo mio intenerimento, questa perdita di razionalità, questo accecamento.
Lassù nel cielo sicuramente qualcuno mi comprende, ma qui giù si tratta di incontrare un miracolo, la grazia dell’indifferenza, dell’annullamento delle passioni…
Scriverò e forse distanzierò lui e i miei pensieri, li farò appartenere a qualcun altro, ad un altro lui, ad un’altra me, e finalmente tutta questa mia vicenda interiore sembrerà quasi ridicola e lontana, diventerà solo la trama di un romanzo che poi scivola via, mentre ne restano immagini, odori, suoni e non più palpitazioni…


Dovevo recuperare …


Dovevo recuperare un CD che avevo bisogno di sentire, ieri sera, nell’attesa.

Ho aperto il portone di ingresso ed ho necessitato di un momento… Dove l’ho parcheggiata? A destra, sì, vicino la piazzetta della scuola. Pochi passi e poi mi fermo. Sto per svoltare l’angolo del palazzo. Un sorriso. E se lo incontrassi ora? In tuta e scarpe da ginnastica, senza trucco e con una coda di cavallo approssimativa mi riconoscerebbe? Sì, mi riconoscerebbe… Perchè lui è dietro l’angolo che mi aspetta da sempre, mi dico. E’ lì che mi aspetta. Sorrido dinuovo. Non ho mai avuto fortuna con gli angoli, con gli spigoli, con le asperità di ogni genere. So per certo che dietro quell’angolo non c’è nessuno…. Dovrei camminare e camminare e camminare senza la speranza di arrivare per trovarlo…

Nascondo le mani nelle maniche abbondanti e mi rannicchio nell’abbraccio della felpa di cotone: questa sera fa fresco. Torno a casa, mi siedo al PC, scrivo due sciocchezze, fingo una risata autentica, no, non sono triste, non chiedetemelo…. Soffro di nostalgia. Una nostalgia feroce nei confronti di qualcosa che non ho ancora avuto e che, putroppo, non sta dietro l’angolo.

Oggi è una giornata …

Oggi è una giornata storta.
Mi sono svegliata con la sensazione, ormai quotidiana, che la mia vita non la raddrizzerò mai più.
Sono alla deriva e non ho bussola, cartina nautica, remi o vele per sfruttare un misero, sporadico soffio di vento.
E’ il caso che io scriva con questo stato d’animo? No, meglio di no.


Buona domenica.




E’ qualcosa che non …

E’ qualcosa che non so dire.
E’ qualcosa che non riesco a spiegare se non dicendo altro, qualcosa che assomiglia solo all’agire contraddittorio.
E’ qualcosa che prima non c’era, ma è come se ci fosse sempre stato, sopito, in agguato.
E’ qualcosa che mi risucchia dentro la voragine che si è spalancata dentro di me, qualcosa che è più mio di me stessa.
E’ qualcosa che non riconosce nient’altro che sé, uno specchio che assorbe la mia immagine e non la restituisce.
E’ cenestesi pura.
E’ qualcosa che si schiude alle porte di questo settembre, che mi agita e mi elettrizza, che mi scuote e fa tremare le vene dei miei polsi.
E’ qualcosa che sfida la mia naturale selvaticità, è l’impulso di fare un passo e tendere la mano…
E’ l’ennesimo tentativo di uscire dalla crisalide e, con le ali ancora umide, volare.
E’ qualcosa di molto simile alla vita.











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Del bianco assoluto

Un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ stato uno spazio bianco travestito da buco nero.
Io sono uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può immaginare ma nessun fatto da raccontare.
Quando non succede nulla nella propria vita è come non avere una vita.
A chi interessasse, Effe sta apparecchiando un matrimonio, il Conte si è fidanzato, la figlia di Chance ha iniziato le elementari, l’Avvocato e il Giardiniere hanno nuove compagne e convivono.
Credo di aver detto tutto.
Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.
Ci leggiamo tra un anno, forse prima, chissà.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

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Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

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