I giorni e le notti suonano in questi miei nervi d'arpa.
Vivo di questa gioia malata d'universo e soffro per non saperla accendere nelle mie parole.

L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.

...Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d'amore.

Che poi, la mia vita si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore e, soprattutto, nell'insoddisfazione degli intervalli.
Il problema, spesso, è la durata dell'intervallo.

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Inquietudine

Sai? Io voglio uscire dai limiti della mia vita ma senza fare un salto nel cerchio.
Dalla cucina soffia un grido di caffè ed io ho inviato l’ultimo -ma anche no-messaggio.
Intuirsi non basta.
Questa fluida vaghezza mi respinge indietro e poi, con un moto gentile mi riflette in avanti.
Io non mi comporto per caso e non alito parole in esubero, tantomeno incolori. E’ la mia natura.
La rinuncia non è un premio, l’incompiutezza una scelta colpevole.
Caparbia, cerco la radice in profondità, senza fare domande.

Poi passa -reload-

Oh, la speranza del poi passa resta ma mi sto lasciando avvolgere come da una placenta umida e tiepida.
Che sia un bozzolo o una placenta cambia poco. Ho bisogno di rassicurazioni che mi sfuggono -non è ora, non è oggi, non sarà nemmeno domani-.
Così resto idealmente avvoltolata in questa posizione uterina, le ginocchia piegate sul petto mentre fuori un brusìo sommesso urta i miei centri nervosi.
Certo, devo comprare le scarpe per l’autunno e il nuovo ombretto Smoky eyes di Chanel e pure il respirapolvere LG allergy care che comprime la polvere in simpatici cubetti per la gioia della mia pelle intollerante.
Ho scaffali carichi di libri da riordinare, pile di volumi che arrivano quasi al soffitto come instabili stalagmiti.
Però ho anche le ciglia che mi tremano ed uno sguardo appannato che sprofonda nel vuoto.
Faccio leva sulla mia straordinaria quanto sciagurata capacità di autocontrollo e procedo.
Quando il sentire si fa spinoso io isolo ogni senso e mi dedico al fare, furiosamente. Telefonare, riordinare, sostituire, archiviare.
Perchè in questo preciso punto le parole si arrendono e scalciano nel silenzio che ho loro imposto.
Ed è in questo preciso punto che avrei bisogno di una sbornia e un alito caldo che mi bisbigli all’orecchio.
Potrei cedere con candida fiducia.
(…)

Poi passa

Dovrei astenermi da qualunque desiderio.
Stemperarlo, disperderlo come le foglie dei tigli strappate dai rami.
Si alza forte il vento, lo sguardo raccoglie gli ultimi raggi arancioni ad ovest.
Dovrei smettere di cercare parole incoraggianti, il bisogno di una vicinanza intelligente e calda, raccattare i rimpianti e intrecciarli e farne coperta.
Riempio il tempo di disamore verso le cose e le persone, come se tutto potesse deludere ad un certo punto del viaggio e, allora, di iniziare il viaggio scordo la voglia ed il suo sapore.
Sono le regole del gioco, non credere che non le conosca. Punti quello che puoi permetterti sul piatto e speri che Dio te la mandi buona.
Negli anni sul piatto io ci ho lasciato stanze d’albergo e solitudini, migliaia di chilometri d’asfalto, attese disattese, tinte forti, qualche colpo di tosse a sciogliere i nodi in gola, sciocche prese di posizione, un paio di impaurite paure. E tanto altro, fino quasi a prosciugarmi.
Disamorarsi è più pericoloso che appassionarsi; l’ho scoperto col tempo, pareggiando lacrime e carezze.
Il disamore è cemento a presa rapida, respiro sottile, mani fredde.
E uno sguardo carico di parole che d’un tratto smette di parlare.

Degli anniversari

Cinque anni di blog.
Decisamente la relazione più duratura della mia vita.

Che anno è

Avevo una casa, tempo fa.
Avevo una casa che non mi piaceva e che amavo tanto.
Avevo cucito le tende di ogni stanza, mi ero abituata alla vasca da bagno, mi piacevano le scale che separavano i sessanta metri quadri in due piani.
Ogni tanto la sogno ancora. Innaffio i gerani sui davanzali, saluto con la mano la vicina, una pensionata dai capelli bianchissimi, cucino il pollo al limone e faccio gli gnocchi a mano, ascoltando canzoni sciocche alla radio -la farina fin sui gomiti-.
Settembre è un mese difficile per me. Si susseguono date, ricorrenze, emozioni squassanti cui non posso fare a meno di sottomettermi.
Penso che non fossi consapevole di ciò che ero, nella mia casa, ne’ di ciò che significava essere lì; forse è per questo che mi sono distratta e poi immolata sull’altare dello scontento.
Poi mi chiedo dove è finita quella casa, in quali presenze si è rinnovata, se le pareti sono ancora bianche ed i gerani sono stati ancora scelti per riempire le bocche vuote delle finestre.
Ascoltavo l’altro giorno I giardini di marzo e mi sono detta, piano, che la parola su cui fa perno la mia vita degli ultimi anni è coraggio.
Il coraggio che ancora non c’è.

Dei ritorni

E’ certo: io a Roma non potrei mai viverci.
Perchè è eccessiva in tutto. Troppo grande, troppo caotica, troppo ricca, troppo inquinata, troppo possibilista, troppo lontana dalla mia idea di vivibilità.
Su un foglio che parla di Roma non puoi scriverci nulla, non c’è spazio per dire niente che non sia già stato detto. Le immagini che parlano di Roma girano il coltello dentro al cuore e raschiano via tutto, perchè è bella, fastidiosamente bella e vittima della sua bellezza.
Vedere dal balcone dell’albergo Trinità dei Monti, arrivare a piedi alla fontana di Trevi, trovare il profumo che desideravo in via Campo Marzio, sbucare nella piazza del Pantheon e restare ammutolita.
Camminare, ancora, fino a farsi venire le ciocche ai piedi, scegliendo di procedere per zone e poi dimenticarsi il nome delle vie e andare a lume di naso e perdersi.
Salire stremata sul bus numero 16 e lasciargli fare il giro completo fino al capolinea in via Costamagna. Appoggiare la testa al vetro e riposarmi guardando la vita vivere tra le strade della semi periferia.
Cenare a Trastevere in una sera bollente, seduta ad un tavolo coperto da una tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi e lasciar scegliere al ristoratore quale vino bere.
Camminare per i giardini di Villa Borghese accarezzando ogni cane che mi corre incontro, scodinzolando.
Vedere San Pietro, la Pietà di Michelangelo, le tombe dei pontefici, il colonnato del Bernini. Cambiare tre volte le pile alla digitale. Attraversare i sotterranei, salire e scendere dalla metropolitana, leggere le scritte indelebili sulle pareti, Simo & Kika amiche x sempre, Renato ti amo d’amore, Giulia è stata qui 23/5/2001.
Roma ubriaca. Non ti lascia nemmeno l’aria per respirare e ti parla con una cadenza che non si fa dimenticare. Non conosce silenzio ne’ riposo ma ti regala un incanto stupefatto e immobile negli occhi.
Poi torno a casa, nella mia tranquilla città di provincia a misura d’uomo e sento affievolirsi la frenesìa, la sento trasmutare in stanchezza. Quella stanchezza soddisfatta e compiaciuta che concilia il sonno e mi fa pensare che no, non ci vivrei mai a Roma, ma ci tornerei altre mille volte.

Si va

E’ arrivato di nuovo il tempo della partenza.
Lascio volutamente a casa l’ombrello, la piantina della città e le scarpe col tacco troppo alto.
Lascio anche questo nodo lungo i binari del treno, oltre i doppi vetri sporchi che consentono d’intravedere il paesaggio scorrere accanto, mutevole.
Ci sono un sacco di cose che voglio vedere e fotografare ma ho la convinzione che mi farebbe meglio calarmi nella parte della turista godereccia e un po’ svampita che se la prende comoda, passeggiando sui sanpietrini con aria spettinata.
Mi sono promessa di tornare a casa con un solo souvenir: un profumo. Faccio così in ogni città. Foto e profumi. Raramente nomi, facce e numeri di telefono.
Su questo dovrei riflettere -e molto- ma credo sia più sano farmi un’accurata e distensiva manicure, adesso.
Domani si va.

Meravigliosamente impreparata

C’è che mi piacerebbe davvero scrivere un post di quelli brucianti e gorgoglianti emozioni.
C’è che magari quelle emozioni ci sarebbero pure, sotto sotto, e turbamenti e qualche ansia anticipatoria che vorrei neutralizzare con un mantra efficace -se a qualcuno ne sbocciasse uno a fior di polpastrelli io son qui che leggo e ringrazio-.
Ma sono in affanno sui miei stessi passi, vivo giorni di corsi e ricorsi storici, di decisioni umorali, di notti stropicciate e violenti insofferenze che tagliano i fili dei pensieri e la capacità di esprimerli.
Vivo così perchè non so vivere altrimenti, ora. Meravigliosamente impreparata, direbbe qualcuno.
Eppure ci ho provato, a focalizzare, a razionalizzare, a consumare i timori sulla mola dell’ottimismo. Niente da fare. Il mio sentire sarà sempre così: esasperato, inadeguato, fuori registro.
Resta solo da vedere quante volte riuscirò a muovermi in modo tale che non si capisca o, ancor meglio, in modo tale che non me ne freghi nulla d’essere scomoda e laboriosa. La migliore Cris possibile.

Tappe

Non c’è poi molto da fare. Io con agosto non vado d’accordo.
Se non fosse per le fette d’anguria e l’insalata di riso e un po’ di apprezzato desertume in città potrei depennarlo dal calendario.
Agosto è come le persone che non digerisco: sguaiato, soffocante, esibizionista, fintamente maturo.
Così parto per una città che ha, sì, l’indole agostana, ma a settembre.
Lascerò i pensieri come note a margine e mi concederò lunghi sguardi sul bello da dietro questi vetri che sono i miei occhi. E chissà se mi commuoverò come quando ho visto il castello di Sao Jorge a Lisbona e ci ho camminato a lungo dentro, nel giardino, salendo e scendendo scalini e ricominciando da capo ogni volta che arrivavo al parapetto di pietra e la città si lasciava guardare, placida, dall’alto, nell’aria fredda di gennaio.
Poche città mi si sono annidate nel cuore come Lisbona… Prima o poi ci tornerò e ci tornerò meno smarrita, stringendo una mano che sarà rifugio.
Insomma, parto il due settembre e me ne vado a cinquecentosessanta chilometri da qui.
Il resto non lo dico, non perchè non avrei piacere nel raccontarlo -sì sì, piacere- ma perchè il Bene per me è ciò che resta e non ciò che passa.
Quindi aspetto.

Mamma chissà se valeva la pena fare tanta strada ed arrivare qua

Rivoglio i miei ventanni.
Rivoglio quelli e la mia Y10 verde bottiglia con cui ho viaggiato il viaggiabile e percorso il percorribile per il solo gusto di andare.
Rivoglio il menefreghismo e l’approssimazione e pure le canne che non mi sono fatta.
Lo spazio per restare sola senza la paura di rimanerci, l’essere irrangiungibile se non ero a casa.
Inciampare sui dolori altrui e vederli scivolare via perchè non c’era spazio per nulla che non fossi io.
Mi piaceva scrivere lunghe lettere su fogli protocollo e spedirle lontano e aspettare settimane per ricevere risposta. Già, perchè era bello perfino saper aspettare, temporeggiare, godere del coraggio meditato per avvicinarsi.
Tenevo le foto sviluppate in una scatola laccata di rosso dopo averle scelte tra dozzine di negativi, pagavo un gelato millecinquecentolire, vestivo grunge e smaniavo per Curt Cobain.
L’ideale di bellezza era Cindy Crawford mica quella segaligna cocainomane di Kate Moss.
Rivoglio i miei ventanni perchè stavo meglio quando avevo meno e speravo di più.
Li rivoglio con una forza tale da farmeli sognare, la notte, come si sogna un amore lontano.
Questa mattina ascoltavo De Gregori, La ragazza e la miniera, e seguivo fedelmente il testo pur non ascoltandolo da dieci anni.

E menomale che c’è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare
sennò la nostra vita sarebbe come una barchetta in mezzo al mare
dove tra la ragazza e la miniera apparentemente non c’è confine
dove la vita è un lavoro a cottimo e il cuore un cespuglio di spine.


[Poi, dopo poco, mi ritrovo a litigare furiosamente con un operatore telecom dotato delle capacità cognitive di un fermacarte, a pensare al traffico che troverò stasera per andare a Linate, a pulire il vomitino del gatto sul parquet e tutta questa tenera malinconia si traforma in disincanto]

Dove vai quando poi resti sola

Tensione con Effe, più di quanto sia sopportabile.
Una tensione trattenuta, disciplinata che non sfocia in un litigio perchè con Effe non si può litigare. E’ ragionevole e apparentemente conciliante.
Io no. Con gli amici a me non serve conciliare, ci si trova sullo stesso piano di intenti, magicamente.
La voglia di mandare all’aria la seconda parte delle vacanze è la prima cosa che m’assale.
L’egoismo e la sua dimenticanza dell’altro mi provocano un dispiacere sordo che, di contrasto, si oppone alla voglia di prenderla a schiaffi.
Se lei avesse coscienza di ciò che prende e ciò che non sa dare.
Se io smettessi di barcollare sul filo di un’affinità forzata, sostenuta dalle mie di fatiche.
Se smettessi, anche, di faticare proprio perchè non si dovrebbe faticare. Una vacanza dovrebbe essere passeggiate sotto ai lampioni, fino a tardi, e i piedi gonfi e tante risate. Qualche silenzio stanco ma felice seguito da fitte chiacchiere che portano più in là di qualunque passo. Civettare un po’ durante l’aperitivo e lasciarsi consigliare una trattoria per cena.
Non lo so. Io davvero non so più chi lasciare entrare e per quali ragioni lasciarlo entrare se l’epilogo è sempre un ottuso allontanamento.
Potrei dirglielo ma sono refrattaria alle spiegazioni. Quando non aiutano, a maggior ragione.

Sciò

Lasciami stare, oggi non so essere niente di accettabile.
Ho un grumo, dentro, che si espande e spinge ma non trova vie di fuga.
L’umore è pessimo ma ieri era ottimo e domani tornerà ottimo.
Non voglio spiegarmi, adesso. Alle parole scontate e a quelle suggestive, tenute in tasca come passpartout per occasioni come queste, preferisco zittirmi o zittire.
Nel frattempo mi subisco, sbatto negli spigoli, macino pagine ad alta voce e poi le sputo fuori, insoddisfatta.
Sono quattro ore che devo stendere i panni e rifare il letto -il mio piccolo mondo che profuma di bucato e mi sta stretto come un carapace-
Fuori sta per piovere ed io pure.
In momenti come questo vorrei una controfigura capace di stupirmi credibilmente o solo di raccontare quello che nemmeno scrivo.
Belle pretese.

Ferragostando

Il silenzio innaturale di una città di provincia a ridosso del quindici agosto è tutto da godere.
La parola onestà manipolata con grande maestria come se fossero mezza dozzina di palline lanciate in aria da un giocoliere.
Gli orari improponibili dei giochi Olimpici, la sveglia prima dell’alba perchè il gatto sembra essere vittima di un umoristico jet lag.
La casella di posta vuota e il mio punto debole che non si manifesta, che non ha coscienza nemmeno più d’essere il mio punto debole.
Bere qualche Menabrea e raccogliere i capelli sopra la nuca, pensando al fresco profumo delle lenzuola.
Camminare a piedi nudi sul parquet d’ulivo, chiudere la porta con doppia mandata e sentire il rumore sordo e meccanico rimbombare nella tromba delle scale.
Addormentarsi sperando di ritrovare, domani, qualcosa che abbia il sapore buono e la tenerezza di un ferragosto di troppi anni fa.
C’è ancora bisogno di tempo?

Dell’essere -apparentemente- spiaggiati

Scrivo poco e penso tanto.
Questo agosto in città mi sta regalando impreviste suggestioni, dense come gocciolature di colore su una tela. Nella penombra delle persiane socchiuse mi lascio sedurre dalla loro forza e mi godo ogni pennellata.
E’ la conferma che qualcosa rumoreggia ancora, in fondo, e scalpita e strepita costretta dalle briglie della ragione.
Perchè vivo istanti infinitesimali in cui accarezzo di striscio e con affanno l’idea di stringere forte una mano fino a sbiancare le nocche.
Perchè sento scalare la schiena da brividi cui non oppongo resistenza, che appannano la capacità di distanziarmi dal rischio.
Non vivo da molto l’allineamento tra ciò che sento e ciò di cui credo di essere capace.
Light mi bacchetta, sgrida il mio accartocciarmi sul pensiero, il mio desistere se un dettaglio stona.
Io le dico che ha ragione ma resto lì, in limine, senza imprimere tracce, senza alzare la voce.
Cinque anni stesa al sole. Cinque anni di stupefatta prospettiva minerale.
E sarebbe quasi ora di basta.

Il mio Bene

Beh, insomma, sono tornata.
Stonata e frastornata, ho il computer acceso, la tastiera davanti e poca voglia di scrivere.
Di cose ce ne sarebbero da dire. La sensazione -quando rientro da un viaggio non itinerante- è sempre quella di un aratro che mi dissoda. Torna tutto in superficie.
Arrivo, apro le valigie, faccio un paio di lavaggi a quaranta gradi, tiro a lucido la casa, vado a fare un po’ di spesa nel supermercato deserto alle due del pomeriggio e poi… Sbam. Il contraccolpo.
Cerco il mio quotidiano come ad occhi chiusi, brancicando, fatico ad ingranare. Forse perchè non voglio ingranare, forse perchè è il caso di decidere per qualche cambiamento che, non essendo urgente, ha la possibilità di non essere drastico ma deve essere comunque fatto.
Basterebbe smettere di, iniziare a, credere in.
Ci pensavo guardando il tirreno minaccioso in una delle poche giornate in cui il mare era come piace a me. Scuro, agitato, denso di sabbia sollevata dai fondali.
Quello che conta è stare bene. Quando individui ciò che ti fa star bene ed il tuo bene non rappresenta il male di nessuno è un bene reale e realizzabile.
Da troppo credo che di un qualunque bene non sono degna. Da troppo mi sento ripetere che è una stronzata.
Guardavo il mare e pensavo che, insomma, sarebbe quasi il caso che mandassi i miei sensi di colpa in prescrizione senza passare dal Via. Il passato non lo si può cambiare ma si può cambiare il modo in cui lo si guarda, pur mantenendo lucidità, pur conservandone le cocenti lezioni impartite.
Però, basta àncore. Basta zavorrarsi a gratis rischiando che diventi un alibi mostruoso e offensivo.
Questa è una giornata ancora troppo lontana dalle giornate che voglio. E’ ancora troppo triste, ma può concederselo.
Per fortuna le finestre sono aperte e l’odore delle erbe aromatiche e del cloro della piscina entra e sparpaglia ogni ulteriore pensiero.

Ready. Steady. Go.

Pronta. Con un minimo di affanno ma pronta.
Il cielo è bianco, sembra una giornata scorbutica di fine settembre. Tanto meglio, la lunghezza del viaggio sarà più sopportabile.
Domani mattina presto siederò sul mio scoglio, cappello di paglia in testa. E domani sera ci sarà qualcuno già pronto ad organizzare la seratina e portarti nel localino tré scic a Diamante, camicia bianca e sorriso smagliante.
Io avrò i piedi come due zampogne e la voglia di rilassarmi sul dondolo in terrazza prenderà il sopravvento.
Effe gracchierà il suo solito tu non sai divertirti. Io le risponderò il mio solito è solo un esordio sincopato, tranquilla. Poi, magari, con l’andare dei giorni troverò il giusto spirito e ritmo, tra le canottierine fresche di bucato, le infradito e qualche mojito ben fatto.
Voi state meglio che potete. Ci si rilegge tra due settimane.
Vado.

Meno tre

Pochi giorni alla partenza.
Porto con me più profumi che vestiti, mi fa sorridere questa cosa.
Lino, sandalo, ambra grigia, tuberosa, gelsomino, germogli verdi, seta, cuoio, iris pallida, cardamomo, peonia, cotone, fico, zafferano, neroli, osmanto.
Tessuti naturali e cinque essenze che parlano chiaro e forte o sussurrano frasi dapprima indistinte e poi, via via, perfettamente pulite, rotonde. Profumi per rassodare l’umore, quando serve, illanguidire, rilassare, far sentire in risonanza. Perchè restano i confini dentro i quali travaso sensazioni da cuore a cervello e fuori dai quali è tutto una poltiglia indifferente e indifferenziata, come la raccolta.
Sarebbe diverso se mi dimenticassi chi sono e cosa ho fatto e se non attribuissi al tempo un valore assoluto incapace d’essere riscattato.
Prenderò il sole del mattino sugli scogli, mi abituerò ad un accento lontano, leggerò un paio di libri, mangerò frutta e pesce il giorno del mio compleanno.
Poi tornerò a casa, pallida come sempre, e ogni cosa ricomincerà da capo. Ma anche no?

Sniff…Sniff

Cerco intimità negli odori.
Ultimamente riescono ad emozionarmi più di qualunque parola.
Mi accosto alla pianta di lavanda e respiro forte mentre innaffio a pioggia le foglie, taglio in due il melone e chiudo gli occhi, deragliando in silenzio. Scelgo il bagnoschiuma con note agrumate per ravvivare l’umore, passo a trovare Rebecca e l’odore della sua pelle lattea mi incanta.
Un profumo non è mai inoffensivo, non per me.
Annuso la crema giorno antirughe massaggiandola sulla pelle appena detersa, l’ammorbidente al lime e bambù, la frutta tagliata a cubetti e spruzzata di limone, il cuoio dei sandali appena acquistati per le ferie.
Cerco familiarità, una nota che mi rassicuri o che mi porti lontano, che mi trascini fin dove solo uno sguardo. Ma quello sguardo non c’è.
Restano gli odori, effluvi più o meno intensi a scuotere le fronde dell’anima, come un uccello che sbatte forte le ali.

Colei che avvince con la sua bellezza

Ieri è nata anche Rebecca.
Ultimamente stanno nascendo figli di lontani parenti, di conoscenti, di amici.
Rebecca è la figlia di una buona conoscente. 06/07/08 bellissima data, magari le porterà fortuna anche se, visto il contesto in cui è nata, non credo ne avrà bisogno.
La guardo, ha un giorno di vita. I suoi occhi socchiusi, infastiditi dalla luce prepotente del mattino, sembrano virare al blu, acquosi e appannati. Solo il tempo dirà quale gene ha prevalso, se l’azzurro della madre o il nocciola del padre. Ha le dita delle mani e dei piedini bellissime, sono il dettaglio che più mi affascina nei neonati. Falangi, falangine, falangette ed unghie perfette, in miniatura.
Rebecca che ha l’ascendente in Capricorno, un aiuto essenziale a mitigare l’emotività sfarfallante tipica dei Cancro.
Rebecca che gorgheggia e gorgoglia bava, felice, mostrando le gengive nude e tentando di mettere a fuoco i volti di chi le parla piano, attorno. 
Mi avvampa una paralisi di tenera invidia e commozione, a guardarla. Sono preda di mille pensieri e considerazioni che velano lo sguardo e strizzano il cuore in una morsa rapace.
Mantengo il sorriso e consegno alla neomamma il pagliaccetto arancione e verde acido che ho comprato per Rebecca appena due giorni prima del parto, in anticipo di quasi due settimane sulla data prevista.
E’ proprio bella, Rebecca. E’ diventata il Tutto e ancora non lo sa.

Io vorrei, non vorrei ma tu, vuoi?

Birra e chiacchiere. Io, Effe, il Conte, Arabella e Titty che non si vedevano da tempo.
Una in balìa dell’amante sposato con prole che la ama tanto ma forse dopo tre anni non è ancora il momento giusto per lasciare la famiglia sai i figli potrebbero soffrire troppo.
L’altra alle prese con una vera e propria crisi esistenziale del tipo ho sbagliato tutto lavoro scelte di vita abito per il matrimonio di mia cugina e perfino parenti.
Il Conte sostiene da dodici anni di essere felice e sono dodici anni che fa sempre la medesima vita vacua da vitellone disimpegnato.
Io e Effe pariamo la versione moderna delle sorelle Materassi ma c’abbiamo tanta autoironia da arrivare alla terza birra senza manifestare sconforto alcuno. Siamo signorili anche nei commenti a mezza voce che facciamo su chi percorre la passerella di legno del locale.
Mento in su, pelle cotta da un sole artificiale, unghie ricostruite, borse malamente taroccate. Decisamente le donne sono più divertenti da guardare.
Il Conte mi pungola Cris c’è qualcuno che ti sconfinfera? Mi giro verso la platea inconsapevole sentenziando Stavo giusto guardando quella gazzella laggiù perchè qui non c’è un solo uomo decente.
Mi rigiro verso il Conte e non c’è più il Conte. Un uomo pressapoco coetaneo mi allunga una mano, mi sorride e mi dice Ti ringrazio a nome della categoria. Non prendo fuoco perchè ho già bevuto abbastanza e la soglia di imbarazzo è cresciuta notevolmente -diversamente mi sarei crepata come una maiolica-.
Si presenta, mi presento, gli presento il gruppetto, agevolando la conversazione tra lui ed il Conte in vena di cabaret. Vedo il tizio lanciarmi occhiate in cerca di complicità, non la sento. Dipende da me, quasi certamente. Io patisco ogni inizio, di conversazione, di conoscenza, di presa di coscienza. Mi sento arrugginita come un vecchio motore diesel che fatica a ripartire e non mi piace che le persone possano accorgersene perchè no, non ha alcun fascino questo orgoglio impastato a timidezza che mi àncora in un punto non troppo lontano dal centro di me stessa.
E’ solo un alibi d’argilla.

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Del bianco assoluto

Un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ stato uno spazio bianco travestito da buco nero.
Io sono uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può immaginare ma nessun fatto da raccontare.
Quando non succede nulla nella propria vita è come non avere una vita.
A chi interessasse, Effe sta apparecchiando un matrimonio, il Conte si è fidanzato, la figlia di Chance ha iniziato le elementari, l’Avvocato e il Giardiniere hanno nuove compagne e convivono.
Credo di aver detto tutto.
Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.
Ci leggiamo tra un anno, forse prima, chissà.

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Dei lunghi papiri

Premettiamo che del 2017 io non salvo un singolo giorno.
Non entro mai nei dettagli specifici di quello che vivo, mai una coordinata che identifichi persone, situazioni, quantomeno ci provo.
E’ impossibile farlo per quest’anno.
Dovrei raccontare della depressione di mia madre che sta peggiorando. Dell’operazione di mio padre. Dei miei acciacchi psicosomatici postraumaticidellesistenza, come direbbe chi m’ha cordialmente detestato.
Dell’incidente in macchina, di amiche fidanzate, amici fidanzati, nascite, mesi di temperature equatoriali in cui sono stata rintanata in casa tranne che per fare la spesa all’alba, come i residenti dell’ospizio.
Invece resto sul lato umano.
Vi racconto di Tenia. Tenia è un uomo di quarantotto anni che ho conosciuto a gennaio. Visto e dimenticato al momento delle presentazioni. Piccolo, magro, separato, una figlia, operaio, affetto da una malattia rara, incurabile.
Tenia, scritto così, parrebbe un caso umano. Non fatevi ingannare.
Comunque, mi viene presentato e due settimane dopo non ricordavo nemmeno il suo nome, per dire.
Tutto cambia quando una sera mi guarda negli occhi e mi dice “io non posso fare nessun programma per il futuro, sono un solitario perché non voglio vincolare le persone al mio stato. Non ne parlo mai con nessuno”. Sbam.
Tenia non è più un uomo. Tenia diventa un soggetto da proteggere, un paio di grandi occhi lucidi e trasparenti che sanno cosa sia la sofferenza.
Ho commesso il gravissimo errore di credere che chi ha sperimentato il dolore abbia una scala di valori più sana, meno superficiale; che sappia apprezzare un gesto gentile ed una premura.
Mi affeziono a Tenia. I conoscenti sostengono che lui ha perso la testa. Io credo a loro ma resto accudente, presente, mi informo se mangia, gli regalo una borsa dell’acqua calda, gli chiedo se ha bisogno di visite quando va all’ospedale. Non ho mai mai mai pensato a Tenia come ad un fustacchione da cavalcare.
Poco prima di un suo ricovero per un’infusione -palliativa- di cellule staminali nervose gli regalo un bracciale con un’àncora d’argento come porta fortuna. Gli prendo il viso tra le mani e gli do un bacio a stampo, pulito.
Passa un mese, siamo a giugno. Tenia esce dall’ospedale e mi vomita addosso la mia presunzione d’essere migliore degli altri e sparisce. Mi blocca, mi cancella, non viene neppure più nel locale che frequento.
Effe mi dice è pazzo, vallo a prendere per la collottola e sbattilo come un tappeto.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. Piango tutta l’estate per la delusione umana, per l’evidente perdita di tempo, una sofferenza che nemmeno un rapporto amoroso lascia dietro di sé.
Tenia ad ottobre torna a farsi vedere al locale, non mi saluta, non lo saluto.
Effe invece ci parla una sera e dopo due settimane si vede arrivare un messaggio in cui lui si dice attratto da lei perché il dialogo è stimolante e anche se è fidanzata vorrebbe trascorrere qualche ora con lei. Scusandosi per la sua sfacciataggine e timoroso di aver rovinato la loro amicizia (mai avuta) le confessa che fin dal primo momento che l’aveva vista l’aveva trovata bellissima e adesso non poteva più esimersi dal dirglielo. Effe declina cordialmente e mi avvisa.
Ok. Tenia mi ha strumentalizzato, non è mica la prima volta che mi succede.
Il punto più basso arriva adesso.
Due settimane fa usciamo dal locale, salgo sulla mia macchina e mi avvio a casa, all’una e trenta di notte.
Mi accorgo dopo un paio di chilometri di essere seguita da una macchina come la sua. Immaginazione.
Arrivo al semaforo di McDonald’s ed è rosso. Mi fermo, lascio inserita la prima.
Una persona scende dalla macchina dietro e mi bussa al finestrino. Mi prende quasi un colpo. E’ Tenia. Abbasso il vetro e lui si fionda nell’abitacolo, mi afferra con forza la faccia e mi stampa un bacio in bocca. Ti devo un favore, dice rabbioso, e se ne va.
Io, totalmente annichilita, incredula, resto immobile. E due.
Torno a casa, avviso Effe e piango. Perché? Rivalsa? Su cosa? Provocazione? Per cosa? Era ubriaco? E’ matto? Chissenefrega, stavolta lo affronto.
Aspetto tutta la settimana. Ci penso, ci ripenso e la vigilia di Natale arriviamo al locale. Lui fa come se non fosse successo nulla, come se io nemmeno ci fossi. Effe ha paura che lo sbrani.
Mentre sta per entrare lo chiamo e gli dico Tenia, devo dirti una cosa.
Non posso, devo parlare di una cosa importante con Tizio. Gli vado dietro e sibilo porta il culo fuori. Io non vado da nessuna parte e fa per girarsi.
Gli arriva uno spintone che lo sbatte al muro. Mai messo le mani addosso ad un uomo, giuro.
Lo spintono, dicevo, e gli dico in dieci secondi netti che un comportamento come quello della settimana scorsa non deve più nemmeno pensarlo, altro che farlo.
Lui si avvicina ad un palmo dal mio naso e sentenzia Io non ti metto le mani addosso, ti ho restituito quello che tu hai fatto a me.
….Eh?? Quello che io ho fatto a te?? Che ti ho fatto??
In piazza, mi hai baciato.
Eh??
Adesso siamo pari.
Lo guardo fisso. Tremo. Mi esce solo un stai molto attento.
Evito di aggiungere che non hanno la benché minima somiglianza le due situazioni, il momento, l’intento, la tenerezza. Mi faccio più paura io di quanta ne avrei avuta di fronte ad uno sconosciuto che m’avesse scippato la borsa.
Entro. Entra. Io a destra, lui a sinistra. Paga una birra e se ne va.
Io resto, sorrido, guardo Effe e solo dopo un’ora le dico che non ce la faccio più. Ce ne andiamo e nel parcheggio mi accascio, accucciata come i bambini che si raggomitolano abbracciando le ginocchia.
Fine delle trasmissioni. Crollo.
Effe mi giura che non ho sbagliato niente. Che merito di essere benvoluta. Che non se lo spiega. Che lui è marcio. Che la pagherà.
Io so solo che non mi interessa perché succeda sempre a me.
Io voglio che smetta di succedere a me.

[Perdonate il pippone, l’ho scritto più per me che per vostra comprensione.
Non è chiaro nemmeno a me cosa sia successo, figuriamoci voi a leggere ‘sta roba riassunta, distillata e scritta di getto]

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Del potercela fare.

Inizio telegramma.

Sono viva -stop-
Probabilmente il duemiladiciassette sarà ricordato come il peggiore dopo il duemilatre -stop-
Non un bacio -stop-
E ho detto tutto -stop-
Con l’anno nuovo aggiornerò sventure e disgrazie -stop-
Bevete bevete bevete -stop-
Vi abbraccio -stop-

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